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05
Ottobre 2011

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Inchieste

PENSIERI PER L'INFANZIA

Fiorella Orazzo

 

Quando preparo i giochi musicali per i piccoli allievi dei miei laboratori di musica amo lanciare associazioni di idee che mi aiutino a creare nuove gioie musicali… Penso alle loro faccine, alle manine piccole che spesso stringono la mia, ai loro occhi attenti, ai sorrisi e alle lacrime… E nella mente nascono immagini colorate di grandi voli di aquiloni, di musica che si incarna in piedini dai passi buffi e tante risate che nascono da silenzi pieni di emozioni… Ma di tanto in tanto si affaccia anche qualche immagine poco piacevole, di occhi tristi e pugni chiusi, di musiche tristi in tonalità minori… E allora cerco di fare in modo che i nostri incontri musicali diventino momenti in cui i bambini possano vivere la propria infanzia “da bambini”!

 

Continuando con un gioco di associazioni, oggi, nel mondo occidentale, pensando alla parola bambino credo che alla maggior parte delle persone verrebbero in mente due categorie di concetti: uno legato alla purezza, l’innocenza, la spontaneità, l’altra all’educazione. Sono accostamenti che ci vengono alla mente a causa di costruzioni intellettuali che oggi abbiamo e che derivano da secoli di storia. Oggi il bambino è per noi una figura sociale definita e molto presente, ma per molti versi ancora tanto inesplorata. I termini che associamo infatti all’immagine del bambino sono la lettura che da adulti diamo al periodo infantile. Una lettura che viene dal fatto che leghiamo i nostri ricordi di infanzia a concetti passatici dal contesto sociale.

 

La purezza, la spontaneità sono sicuramente delle caratteristiche presenti nell’infanzia, ma il fatto di riferirle spesso prettamente a tale periodo mostra come nella concezione contemporanea dell’infanzia ci sia il pensiero che l’infanzia è un “momento” della vita staccato da tutto il resto, un momento in cui la mente vuota del bambino deve essere riempita da concetti e modelli educativi inseriti in tanti piccoli files dagli adulti, un momento che insomma educhi i piccoli a diventare grandi. Si concepisce difficilmente l’infanzia come un periodo importante in sé: il bambino è un soggetto “incolto” che va coltivato e incentivato a diventare un adulto perfetto!

 

Ma come si è giunti a tali concetti?

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La storia dell’idea di bambino e dell’infanzia è una storia lunga e travagliata.

 

Passo in rassegna solo qualche passaggio storico che mi sembra più rilevante.

 

Nelle antiche culture il bambino diventava soggetto sociale solo dopo alcuni riti di riconoscimento che ne designava la “nascita sociale”.

 

Nel codice di Hammurabi, redatto tra il 1792 e il 1750 a.C. non si prevedeva nessuna punizione per il padre infanticida, perché il neonato non godeva di nessun diritto giuridico ed era esclusiva proprietà del padre. Solo se il padre danneggiava il bambino dopo i riti di riconoscimento, era soggetto a delle sanzioni.

 

Tale concetto del bambino, come proprietà privata del padre, è perdurata nei secoli, per molto molto tempo.

 

Aristotele ammetteva l’infanticidio per mantenere l’ordine sociale e morale, nei casi in cui le cure per il neonato prevedessero una sottrazione di beni e risorse per la famiglia e la società.

 

Nell’antica Roma il padre aveva potere di patria potestas sui figli (come del resto sulle mogli e sugli schiavi) che arrivava a prevedere il potere di vita e di morte su di essi. Inoltre il padre aveva sui figli lo ius exponendi e lo ius noxae dandi, rispettivamente il diritto di abbandonare il neonato in luoghi pubblici e quello di consegnare il figlio (che aveva compiuto azioni illecite) ad altri, per punizione.

 

Nel Medioevo pian piano l’importanza del bambino cominciò a prendere piede, soprattutto per l’accostamento di ogni piccolo nato alla figura di Gesù Bambino. Ma ci vorrà ancora molto tempo perché si prenda in considerazione l’importanza dei più piccoli.

 

Nel Rinascimento il bambino diventò, soprattutto per le classi più agiate, un soggetto su cui investire per il futuro: la garanzia del perpetrarsi delle ricchezze della famiglia.

 

Sarà solo l’Illuminismo che aprirà una strada al concetto di bambino in quanto soggetto verso cui porre attenzione. Ma tale attenzione sarà soprattutto di carattere medico ed educativo. Sempre nell’ottica di trattare il bambino come un piccolo adulto.

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Nel XIX secolo il bambino è stato soggetto di intense riflessioni umanistiche ed in particolare di materie quali la psicologia infantile, la pedagogia scientifica e la modernissima psicologia dell’età evolutiva e quella dello sviluppo.

 

Questo breve excursus ci mostra come il concetto di bambino sia nato nella storia molto tardi e ancora oggi mostri molte falle.

 

Bisogna infine ricordare che si è giunti oggi anche ad ottimi livelli di riconoscimento della figura del bambino, e a dimostrazione di ciò menziono la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989, ancora purtroppo poco nota ai più. Purtroppo tale attenzione riguarda spesso solo una piccolissima parte del pianeta. E poi le teorizzazioni sono di frequente distanti dalla realtà concreta.

 

Quello che la mia esperienza mi dice è che siamo ancora molto lontani anche nel mondo occidentale dal comprendere davvero bene l’importanza dell’infanzia. Da una parte c’è il fatto che essa viene vista appunto come un’età evolutiva, come fosse l’unica, come se dopo di essa gli esseri umani fossero una volta per tutte evoluti ed educati. Questo significa due cose: 1) che il bambino va a tutti i costi fatto evolvere ed educare; 2) che l’adulto non va più educato e non ha più bisogno di evolvere. Analizziamo prima il secondo punto: questa idea porta spesso alla conseguenza che l’infanzia diventi il momento in cui bisogna riempire quella scatola vuota che è il cervello infantile per poter meglio educare il bambino ad essere adulto. L’infanzia è vista così solo come un momento di preparazione alla vita vera che è la fase adulta. Una fase di preparazione composta da steps in cui vanno propinati al bambino concetti che partono dal semplice  e arrivino al complesso come se il bambino fosse un meccanismo in cui inserire files e farli rodare. E qui si inserisce il primo punto: il bambino va educato e fatto evolvere a partire dai concetti che gli adulti che hanno intorno son convinti di poter passare.

 

Premesso che non sono un medico e che credo che il sistema neurologico dell’essere umano si evolva dalla nascita all’età adulta (ma questa è una cosa che può constatare chiunque, semplicemente guardando al fatto che un bambino acquisisce la padronanza del proprio corpo solo con gli anni) credo che troppo spesso ci si confonda credendo che l’evoluzione fisica sia il presupposto anche di quella psicologica ed emotiva, in maniera univoca. Cioè che il fatto che si evolva il sistema neurologico faccia anche evolvere per forza in una determinata direzione la personalità ed il carattere di ognuno. Questo dovrebbe significare quindi che un neonato non abbia quasi per niente carattere e personalità e che il suo entrare nel mondo sia un’entrata di una mente che parte da “tabula rasa”. Io non credo per niente in questa visione. La mia esperienza di lavoro con i bambini in particolare quelli molto piccoli, i neonati appunto, mi dice che i bambini, anche appena nati, non sono per niente tabula rasa. Essi hanno già delle caratteristiche emotive e caratteriali ben definite. Sono profondamente diversi l’uno dall’altro, hanno risposte fisiche ed emotive enormemente divergenti e come sostiene un libro molto interessante di qualche anno fa (tradotto in italiano con il titolo “Tuo figlio è un genio”[1]) i bambini hanno delle capacità che nemmeno immaginiamo: un bambino intorno ai tre anni di vita è in grado di compiere esperimenti molto simili a quelli di un’adulta mente da scienziato.

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E non è solo una questione di “possibilità” di apprendimento. Io credo che in qualche modo la mente bambina sia già in grado di concepire e differire risposte. Il punto è che non essendoci la possibilità della comunicazione verbale diventa difficile per un adulto riuscire a decifrare le risposte dei piccoli. Ciò dipende però soprattutto da quanto gli adulti sono abituati a pensare: il punto è che molte delle risposte dei piccoli non vengono neanche lette come tali dagli adulti perché non si è abituati a leggere determinati atteggiamenti come risposte.

 

Da tutto ciò deriva la mia convinzione che questa società non dia spazio giusto al bambino. Egli viene visto ancora nella pratica come un adulto mancante di alcuni pezzi e si fa di tutto per dare quei pezzi al bambino. I modelli di educazione che prendono piede sempre di più oggi in occidente vedono il bambino come un soggetto che deve imparare a rendere e a primeggiare e che ha bisogno di esercitarsi ad essere il vincente di domani. Egli viene istruito a sapere, conoscere apparire come un piccolo adulto e anche i suoi giochi e il suo tempo libero devono rispettare tutto questo.

 

A scuola (dalla primaria e in alcuni casi ancora anche in quella dell’infanzia) si passano ore seduti in piccole aule in cui si pretende che i bambini imparino a socializzare con le modalità imposte dagli adulti, che a loro volta hanno spesso subito modelli impositivi. I giochi che si fanno a scuola e  a casa lasciano sempre meno spazio alla creatività e alla fantasia e pretendono l’applicazione di una logica di competitività intellettiva e poco si guarda allo sviluppo emotivo. Per quanto riguarda quest’ultimo in genere lo si prende in considerazione per catalogarlo in schemi sempre più rigidi che portano in molti casi a creare delle vere e proprie fobie di massa come quelle che vedono bambini affetti da adhd (Sindrome da deficit di attenzione e iperattività) in ogni bambino più vivace della media (e preciso che è una cosa molto difficile comprendere quale siano i livelli di disattenzione, iperattività e impulsività che possono diventare problematici).

 

Credo purtroppo che in questa società dei consumi anche il bambino venga visto come un soggetto produttivo, qualcuno che debba in qualche modo far parte di quella schiera dell’Homo Oeconomicus che divora e mangia e vomita tutto ciò che ha intorno solo per il piacere di consumare. Vedo troppo bambini sballottati tra un’attività e l’altra (attività spesso concepite dagli adulti secondo i proprio parametri e senza mai chiedere l’apporto di menti bambine), per permettere ai genitori di esseri liberi e produrre di più, e per imparare essi stessi ad essere i futuri uomini della produzione.

 

E c’è anche chi infine rendendosi conto di tutto ciò tenta di “proteggere” i bambini relegandoli in un mondo fatato di purezza e candore (come accennavo all’inizio) con il risultato ancora una volta di ridimensionare la vita del bambino ad una semivita in cui si “entrano” solo alcuni concetti decisi dagli adulti.

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Siamo ancora molto lontani credo da una comprensione della persona-bambino e dall’importanza del vivere l’infanzia come dei bambini in quanto tali e non come “qualcosa che debba diventare qualcos’altro”.

 

Il bambino non è un lombrico che deve diventare farfalla, né un angelo che prima o poi diventerà un triste peccatore: è un essere umano con delle caratteristiche complesse che vanno rispettate e stimolate. Poco a volte mi sembra ci sia da mettere nelle teste dei più piccoli, ma molto c’è da tirar fuori. Mi sembra ci sia bisogno di una moderna maieutica (se una antica ce ne sia mai stata e non è rimasta solo in un limbo socratico) che dia spinta ad un nuovo modello pedagogico che poco abbia di educativo e molto di ascolto ed osservazione dell’infanzia.

 

Qualche modello pedagogico qua e là è spuntato nel tempo a dare nuovi spunti ma la presunzione adulta poco ha dato spazio ad essi.

 

Mi spingo oltre nella follia della mia mente e aggiungo due riflessioni:

1. forse a volte è già troppo anche definire con le parole le persone: dire bambino designa nella nostra mente già una rappresentazione troppo strutturata e ci dà già un’immagine falsata e mediata di quello che è in realtà un essere umano che “semplicemente” ha cinque anni o dieci e non ottanta. 

2. A volte analizzando e ripercorrendo le fasi della mia vita, mi sembra che la mia età adulta non sia altro che l’estrinsecazione e la messa in opera di quello che già nell’infanzia avevo intuito e proiettato da qualche parte dentro e fuori di me, come se la mia vita odierna sia “solo” una messa in opera di quello che nell’infanzia in qualche maniera già sapevo di me e desideravo, di qualcosa che da bambina avevo di me già visto e intuito. Ma la consapevolezza di ciò mi sembra di averla in qualche modo persa nel tempo per le costruzioni culturali che ho appreso e di doverla ora recuperare. Mi sembra in definitiva che nell’infanzia sapessi più di quanto so ora e non per certo per quanto concerne concetti culturali e pensieri filosofici, ma sicuramente per quello che riguarda la verità profonda che mi riguarda, in definitiva il “chi sono”. E mi sembra a volte di dover cercare proprio lì, nei ricordi e nei sentimenti della mia infanzia le verità che con il tempo ho nascosto sotto ammassi di credenze indotte su me e sul mondo.

 

Spesso provo nei miei laboratori a far preparare ai bambini dei giochi musicali per me… Ovviamente i loro giochi sono sempre più interessanti, geniali e complessi di quelli che preparo io… E sono chiaramente più efficaci! 

 

AGOSTO 2011

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Bibliografia

- E. Becchi, (a cura di), Storia dell'educazione, La Nuova Italia, Firenze, 1987
- Cesa - M. Bianchi, E. Scabini, La violenza sui bambini. Immagine e realtà, Franco Angeli, Milano, 1991
- De Mause, Storia dell'infanzia, Emme, Milano, 1983, in Campanini A. M., Maltrattamento all'infanzia, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1993 

- F. Du Pasquier, L'infanzia attraverso i secoli nella cultura occidentale, in De Cataldo Neuburger (a cura di), Abuso sessuale di minore e processo penale: ruoli e responsabilità, Cedam, Padova, 1997.
- A. Giallongo, Il bambino medievale. Educazione ed infanzia nel Medioevo, Dedalo, Bari 1997.

 

 

 

 



[1] A. Gopnik, A. N. Meltzoff, P. K. Kuhl, Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile, Dalai Editore, Milano 2008.