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10
Maggio 2013

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Per uno studio del marxismo

MIGRAZIONI NELL'EPOCA DELLA TOTALIZZAZIONE

Vincenzo Fiano

 

L’articolo seguente è il Paragrafo 3 del iv capitolo della tesi in Filosofia politica intitolata «L’officina delle migrazioni, movimenti migratori e sviluppo capitalistico».

 

Sia la teoria della totalizzazione del rapporto di capitale[1] che l’inquadramento del neoimperialismo come evoluzione dei rapporti di colonizzazione e imperialismo attraverso la quale il capitale realizza un allungamento assoluto della giornata lavorativa sociale su scala mondiale, possono aiutarci nella comprensione delle motivazioni profonde delle migrazioni ma anche ad estrapolare il ruolo preciso che i migranti ricoprono in tale sistema. La tendenza del fenomeno migratorio dai Paesi in Via di Sviluppo (pvs) ad aumentare e ad avere come meta i Paesi a Sviluppo Avanzato (psa), può essere spiegata, al di là di tutta la serie di motivazioni comunque importanti, ma che restano contingenti, come la guerra, le carestie e tanti altri disastri provocati direttamente o indirettamente dall’uomo, rinvenendo, ancora oggi, alla base delle migrazioni la regola principe del capitalismo: la necessità dell’estrazione di plusvalore. Mentre le colonizzazioni delle fasi precedenti rispondevano all’esigenza di rinvenire materie prime e, successivamente, anche di trovare sbocchi commerciali per i propri prodotti, oggi tale estrazione si effettua prevalentemente attraverso lo scambio di merci in un mondo interamente capitalistico. Lo scambio diseguale oggi domina i rapporti internazionali: esso ha sempre rappresentato un pilastro del rapporto di capitale fin dal livello più concreto del rapporto di lavoro salariato in quanto la retribuzione non corrisponde al valore realmente prodotto ma solo ad una parte di esso; un ulteriore livello della sua applicazione emerge dalla relazione tra città e campagna, ossia dalle espropriazioni dei contadini che hanno ingenerato il loro movimento verso le “cittadelle produttive”; le fasi della colonizzazione e del successivo imperialismo hanno infine creato le condizioni per la continuazione del ciclo di valorizzazione del capitale così come per una costante unidirezionalità del valore e della possibilità di accumulazione che oggi riscontriamo nello scambio diseguale neoimperialistico. Possiamo a questo punto provare a ricalcare il profilo che ci interessa in questo quadro: gli odierni migranti sono innanzitutto vittime di un’espropriazione secolare iniziata da quando i loro paesi di provenienza, chi prima e chi dopo e con forme anche molto diverse, hanno visto piegate le proprie possibilità di sviluppo dall’accumulazione originaria che hanno subito, dalle prime separazioni tra proprietà e lavoro, da quando il capitale, insomma, informalmente ma anche con spregiudicatezza, ha colonizzato sempre nuovi territori. Oggi questi rapporti si sono resi sempre più complessi ma sono in ogni caso riconducibili alla violenza e alle brutalità delle spoliazioni con cui il capitalismo ha espropriato le colonie delle loro ricchezze naturali, ha sottomesso le popolazioni autoctone forzandone l’ingresso nel mercato del lavoro, ha spazzato via i precedenti ordinamenti sociali ed economici imponendo le leggi del mercato e riconducendo in quest’unico sistema i tanti modelli produttivi e i rapporti sociali ad esso precedenti. Il risultato è la polarizzazione raggiunta che non si limita più alle materie prime ma si estende «alla possibilità di produrre cultura, tecnologia e scienza», di concentrarsi nel «centro del sistema economico mondiale» mediante «la precoce distruzione, l’arresto o il freno permanente posto all’accumulo delle medesime precondizioni» necessarie per lo sviluppo delle periferie del capitale. Posta in questo contesto, la consistente emigrazione schiude la sua struttura portante e le sue ulteriori caratterizzazioni: «è stata coessenziale alla costruzione, portata ormai a compimento, del mercato mondiale, del capitalismo mondializzato, l’utilizzo della forza-lavoro migrante a basso (o bassissimo) costo e priva di diritti»[2]. Ogni “teoria dello sviluppo” che imputa le disuguaglianze su scala planetaria ad una fase di passaggio del capitalismo è dunque falsa e ipocrita; oggi, lungi dall’essersi appianato, il divario tra i paesi imperialisti più forti e il “Sud” del mondo è sempre crescente e rappresenta un forte push factor delle migrazioni: «negli ultimi due secoli il differenziale tra il reddito dei paesi più ricchi e quello dei paesi più poveri è salito da 1 a 4 del 1820, a 1 a 13 del 1913, a 1 a 26 del 1959, a 1 a 39 del 1989”[3]. Secondo Officina[4], alla base degli odierni fenomeni migratori, troviamo proprio l’impoverimento progressivo dei paesi che tutt’oggi subiscono le espropriazioni di materie prime e di valore-lavoro attraverso lo scambio diseguale del neoimperialismo, nonché la quasi impossibilità di tali paesi di risanare le proprie economie per via della difficoltà dell’accumulazione dovuta alla concentrazione di un capitale fisso dalle dimensioni gigantesche nei paesi imperialisti più forti; è da queste leggi generali dell’attuale fase capitalistica che discendono le determinazioni concrete che fanno da cause immediate alle migrazioni: la fame, la povertà, le guerre, la carestia, i disastri “naturali” e chi più ne ha più ne metta. Per andare maggiormente in profondità col ragionamento, ancora una volta, siamo “costretti” a tornare a Marx: c’è una linea di continuità che, aldilà delle specificità presenti, unisce virtualmente i contadini cacciati dalla proprie terre nell’alba del capitalismo e radunatisi nelle città, gli artigiani strappati ai propri strumenti e immessi sul mercato del lavoro, gli africani deportati nelle piantagioni di cotone, i coolies ingannati con false promesse di benessere, gli indios trasferiti dall’encomienda alla mita, gli irlandesi che si lasciarono alle spalle la propria isola e i ghanesi che oggi oltrepassano il Sahara e il Mediterraneo, così come i messicani che aggirano il muro al confine con gli usa e gli arabi che tentano la fortuna in Occidente: il non rapporto con la proprietà, l’essere un prodotto umano delle accumulazioni capitalistiche che gli hanno imposto il lavoro delle proprie braccia come unico bene di cui disporre e che li hanno costretti allo spostamento, apertamente forzato o indotto con violenza indiretta, verso i luoghi produttivi bisognosi di carne da macello. Possiamo a questo punto provare a collegare diversi aspetti del ragionamento che interessano la definizione economico-sociale, nonché giuridica, delle persone con la nozione di proprietà e la definizione in base a quest’ultima delle migrazioni. Se lo sfruttamento in questi secoli ha assunto forme particolari e diverse, come lo schiavismo o il lavoro salariato, va sottolineato anche un comune denominatore: il rendersi del lavoro dell’espropriato una conditio sine qua non della legittimità e del riconoscimento “legale” della sua persona. Marx ha sottolineato come l’accumulazione originaria, permettendo la concentrazione della proprietà, produsse una moltitudine di poveri che non riuscì ad integrarsi nei nuovi meccanismi produttivi soprattutto per la scarsa capacità di assorbimento di questi ultimi; la sottrazione della proprietà portò dunque ad una compressione della libertà di circolazione e ad una loro formale inferiorizzazione che rendeva legittima su di essi l’inflizione di torture, sofferenze e maltrattamenti sfociando finanche in alcune forme di schiavismo: Marx registrò «in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’odierna classe operaia dovettero subire in un primo momento la punizione per essersi trasformati, contro la propria volontà, in vagabondi e in straccioni». Sotto il regno di Enrico vii i mendicanti inabili al lavoro ricevevano licenza di mendicare, mentre «ai vagabondi robusti vengono invece riservate frusta e prigione». Enrico viii invece stabilì, attraverso uno statuto del 1547, che «qualora una persona si rifiuti di lavorare deve essere data come schiavo a colui che ne ha denunciato l’accattonaggio», il quale «ha il diritto di obbligarlo a qualsiasi lavoro, anche il più ripugnante, con frusta e catena»[5]. È stridente il confronto tra questa detrazione del riconoscimento giuridico della libertà di movimento con la tradizione liberale che, negli stessi secoli, teorizzava ed applicava a livello normativo lo jus migrandi: Luigi Ferrajoli sottolinea che da importanti pensatori come Locke e Kant, così come da varie legislazioni europee, il diritto alla migrazione è stato riconosciuto in base al conferimento di un mondo comune da parte di Dio agli uomini, consentendo quindi anche repressioni di chi tra questi vi si opponesse: in tal modo il mondo borghese trovava la legittimazione delle proprie colonizzazioni; oggi però ci troviamo in una situazione differente perché «dopo cinque secoli di colonizzazioni e rapine non sono più gli occidentali ad emigrare nei paesi poveri ma sono al contrario le masse di affamati di quei medesimi paesi che premono alle nostre frontiere. E con il rovesciamento dell’asimmetria si è prodotto anche un rovesciamento del diritto”[6]. Emerge qui tutta la contraddittorietà del diritto liberale tra la sua pretesa universalità e la parzialità della sua applicazione dovuta all’aver posto la proprietà come proprio principio-base: in un discorso che procederà in una prospettiva differente rispetto alla traiettoria che stiamo percorrendo, Negri ed Hardt fanno comunque riferimento alla definizione del concetto di individuo definito tale non dall’essere ma dall’avere, rivelandosi quindi un concetto «di natura superficiale, l’individualismo possessivo e proprietario» dietro il quale si nascondono i rapporti di forza e i soprusi che hanno forgiato la società, stigmatizzati dal diritto del capitale come degli a priori[7]. L’intreccio tra povertà dovuta alle espropriazioni, sfruttamento e diritto lo rinveniamo anche nel caso dei coolies orientali che, se sprovvisti di contratto di lavoro, cadevano sotto la schiavitù del debt bondage, ossia un debito da cui erano obbligati a sollevarsi tramite il lavoro; lo sfruttamento sotto forma di schiavitù subìto dagli africani deportati, invece, non aveva nemmeno questa parvenza di legalità fornita da un contratto, ma in ogni caso anche qui il lavoro era l’unico riconoscimento legittimo dovuto all’essere umano. Il punto è che il ricatto del legame del riconoscimento legale-giuridico della persona con l’accettazione dello sfruttamento e del lavoro salariato ancora oggi caratterizza il capitalismo, nella sua fase della totalizzazione. Tra gli esempi più avanzati, purtroppo, possiamo citare l’Italia con la sua legge n. 189/02, più nota come Bossi-Fini che ha istituito il «legame tra permesso di soggiorno ed il contratto di lavoro. In sostanza, si ha “diritto” ad ottenere, [ci correggiamo]: si ha la possibilità di ottenere un regolare permesso di soggiorno per lavoro solo se si è in possesso di un regolare contratto di lavoro». Dunque, «non si può parlare in senso proprio di un diritto al permesso di soggiorno»[8].

Nel 2009, con l’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, l’immigrazione clandestina diviene reato punibile con un’ammenda dai 5.000 ai 10.000 euro: «nella versione più recente il reato è passato da delitto a contravvenzione e non comporta più una pena detentiva, ma si somma al respingimento disposto dal questore o al provvedimento amministrativo di espulsione»[9]. Le espulsioni, così tanto spesso rivendicate dal Governo Italiano come un risultato storico contro l’immigrazione clandestina, in realtà proseguono con numeri davvero molto discreti e solamente verso paesi con i quali l’Italia è riuscita a stipulare degli accordi, che non sono molti; nel caso in cui le ambasciate non riconoscano un proprio cittadino, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, i fogli di via e le intimazioni a lasciare il territorio nazionale sono destinati a restare dei dati numerici senza nessuna attuazione. A questo punto emerge l’analogia generale tra le condizioni degli immigrati in Italia con quelle dei lavoratori citati in precedenza: il rapporto di lavoro salariato, schiavista o una loro combinazione ma comunque reso necessario dalla separazione con la proprietà, è alla base del riconoscimento formale della possibilità di risiedere legalmente in un dato territorio. La mancanza del documento, del contratto o in ogni caso del rapporto di lavoro, nel capitalismo non genera, nella stragrande maggioranza dei casi, l’effettivo rimpatrio della persona o l’immissione nei circuiti produttivi al livello contrattuale previsto, ma la discesa su uno scalino inferiore delle sue possibilità contrattuali e quindi delle sue condizioni di lavoro. È per questo che va stigmatizzata la credenza che relega il problema degli immigrati ad una questione di diritti di cittadinanza: la sua, come quella di tutti gli altri soggetti sfruttati dal regime capitalistico, è una questione di classe.

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Il ruolo dello Stato e il problema del razzismo

Quanto asserito finora va dunque a confermare l’importanza del ruolo dello Stato sostenuta da Officina: la nostra ricerca quindi va adesso volgendosi all’intima connessione tra l’esercizio del potere statale da parte del capitale e le diverse manifestazioni del fenomeno razzista volte alla discriminazione di spezzoni del proletariato tramite la sua stratificazione e, simultaneamente, all’attacco indiscriminato nei suoi confronti.

Entrambi questi fattori si sono spesso presentati sin dalla generazione del rapporto di capitale in varianti concrete sempre diverse col rafforzamento di luoghi comuni già esistenti o con discriminazioni create ad hoc direttamente dal capitalismo in base a vari criteri, dalla razza alla nazionalità passando per l’etnia, la cultura religiosa, il genere e tante altre. La gerarchizzazione dei lavoratori, dunque, è una storia vecchia almeno quanto lo è il capitalismo: Engels ebbe modo di sottolineare gli effetti deleteri della concorrenza tra lavoratori inglesi e quelli irlandesi immigrati in Inghilterra. Questi ultimi «hanno scoperto […] quale sia il minimo dei bisogni dell’esistenza e lo vanno insegnando agli operai inglesi». Gli irlandesi vivevano in condizioni di estremo degrado e sovraffollamento, si adattavano a qualsiasi mansione a qualsiasi condizione accettando un salario notevolmente inferiore rispetto agli inglesi, eppure «il rapido sviluppo dell’industria britannica non avrebbe potuto effettuarsi se nella numerosa e povera popolazione dell’Irlanda l’Inghilterra non avesse avuto una riserva (di manodopera) di cui disporre»[10]. Probabilmente sono situazione del genere che hanno ispirato le linee generali della Prima Internazionale ai riferimenti espliciti verso l’importanza della solidarietà, alla fraternità e al mutuo soccorso tra i diversi comparti produttivi di un paese nonché tra le classi operaie di diversi Paesi; questi sentimenti avrebbero dovuto generare un atteggiamento maturo della classe anche di fronte alla prontezza di capitalisti di usufruire «nei casi di sciopero o di chiusura delle officine, […] di operai stranieri come strumento per soffocare le giuste lagnanze dei lavoratori indigeni»[11]. Ma il razzismo, nella sua duplice funzione di scomposizione e livellamento verso il basso della classe, non si è rivelato utile solo tra i “liberi” lavoratori salariati: Marx infatti ne evidenziò l’efficacia in merito allo schiavismo scrivendo che «alla schiavitù dissimulata degli operai salariati in Europa occorreva il piedistallo della schiavitù sans phrase nel nuovo mondo»[12].

Si potrebbe sostenere che lo schiavismo rappresenti una forma arcaica di sfruttamento che il capitalismo ha sconfitto proprio con la sostituzione dello schiavo col “libero” salariato, ma sappiamo come lo schiavismo sia stato un motore propulsivo dello sviluppo capitalistico, senza contare che nei secoli più recenti abbiamo avuto nuovi esempi di “integrazione” tra lo sfruttamento capitalistico e l’oppressione schiavistica, di cui il caso più eclatante probabilmente resta quello nazismo[13]. Non vale neanche l’eventuale obiezione che mira ad “isolare” il nazismo dalle forme di produzione capitalistica, per cui l’ultima rimostranza che ci si potrebbe rivolgere potrebbe sottolineare l’impossibilità di ricollegare al presente la storica applicazione capitalistica del razzismo, per via della recente sconfitta di quest’ultimo: in verità, alcuni autori argomentano come le motivazioni biologiche della diversità tra le razze stiano cedendo il passo ad un’evoluzione culturale di un “razzismo pseudo-antirazzista” che riconosce formalmente pari dignità a tutti i popoli, salvo teorizzarne l’incompatibilità nella convivenza (sarà per questo motivo che oggi la maggior parte degli odierni discorsi razzisti iniziano con l’espressione ormai convenzionale «Io non sono razzista, però…»). Sono sempre più frequenti le dichiarazioni di vari leaders mondiali che sembrano avallare la tesi della storicizzazione del razzismo che segna il passaggio del crisma dell’inferiorità dall’ambito biologico a quello culturale e morale: basti pensare alla proclamazione nel 2001, da parte di Berlusconi, dell’Occidente quale “civiltà superiore” rispetto al mondo islamico, di cui una parte sarebbe rimasta «al 1400»[14]. Eppure, dichiarazioni come questa non sembrano poi così distanti ad esempio dallo spirito, descrittoci da Del Boca, con cui l’Italia si apprestava sul finire dell’800 alle “imprese” coloniali: essa «cercava di imporsi esibendo il proprio splendido passato di portatrice di civiltà» e con questa mistificazione giustificò il suo ingresso nella «battaglia tra la civiltà e la barbarie»[15]. Se da un lato corrisponde a verità l’approdo del razzismo anche sulla sponda “culturale”, dall’altro crediamo che esso non abbia ancora tagliato tutti i ponti con la presunzione di supremazia biologica e che dunque i confini tra razzismo biologico e culturale oggi non siano già così netti. L’esempio italiano è ancora particolarmente loquace in merito: con la legge n. 94/2009 «per la prima volta dopo la leggi razziali del 1938 è stata penalizzata, con l’introduzione del reato di immigrazione, una condizione personale di status, quella di immigrato clandestino». Questo è un pericoloso segnale che contraddice l’idea di un razzismo che sorge come presa d’atto dell’incompatibilità giacché la preventiva invece a priori andando a punire ciò che si è e non ciò che si è fatto[16].

L’ambiguità più evidente la troviamo nella convinzione, spesso ostentata da alcune potenze occidentali (usa in primis, ma anche dallo stesso Berlusconi in occasione della dichiarazione di cui sopra), di essere stati investiti dalla Storia del compito di “civilizzazione” di culture e territori differenti. Probabilmente ancora non esiste un preciso nucleo enunciativo dell’affermazione del razzismo: il suo baricentro, piuttosto, fluttua tra la secolarizzazione delle determinazioni dell’inferiorità di popoli (in primis della cultura) ed una concezione teleologica-finalistica della Storia, in cui si va a realizzare questa gerarchizzazione: in pratica, qui torniamo alla considerazione idealistico – hegeliana della Storia come mattatoio in ultima istanza giustificabile[17], arrivando a considerare l’inferiorità dei popoli quasi come risultato delle specifiche incarnazioni di un simil - Weltgeist, uno Spirito del Mondo. In questo modo la parabola teorica del razzismo è come se “risalisse il fiume” facendo il percorso a ritroso e tornando, così, a supportare latentemente anche il razzismo biologico. Contro questa possibile deriva è importante lottare ancora per l’affermazione di una concezione materialistica della storia in grado, nel caso della nostra ricerca, di individuare motivazioni e funzioni delle migrazioni nell’odierno rapporto di capitale. Tutto ciò ci riporta al tema iniziale, ossia all’importanza del ruolo ricoperto dallo Stato, testimoniata anche dalla maggiore importanza che riveste il razzismo istituzionale rispetto quello popolare: specchi empirici di questa ipotesi sono rintracciabili nell’ascesa, negli ultimi decenni, di partiti esplicitamente razzisti dall’Austria all’Ungheria passando per l’Italia, l’Olanda, la Francia, la Gran Bretagna e tanti altri, e soprattutto nel continuo inasprirsi delle politiche contro gli immigrati da parte di qualsiasi tipo di Governo. Ci siamo già soffermati sul particolare contesto italiano e sulle crescenti persecuzioni che il potere legislativo infligge ai migranti: la possibilità che questa politica sia davvero volta a fermare l’immigrazione appare sempre meno credibile; questi filtri legislativi posti dallo Stato, invece, sembrano piuttosto predisposti per generare una metamorfosi della merce che gli immigrati rappresentano, ossia una robusta e giovane forza lavoro. Questo ragionamento rientra appieno in quello dello scambio diseguale, visto che oggi una merce assume un differente valore soprattutto in base all’Individuo Produttivo Sociale che va ad alimentare. Potremmo dire che la legislazione in materia di immigrazione, che le varie potenze vanno sviluppando, non è altro che un processo di lavorazione eseguito direttamente sul valore di scambio della merce che conserva la sua forma fenomenica precedente a tale processo. Riportiamo il nostro discorso sull’esempio concreto italiano: l’assenza di canali di ingresso regolari, il legame tra permesso di soggiorno (pds) e contratto di lavoro, la criminalizzazione della clandestinità, le frequenti incompetenze delle Commissioni volte al riconoscimento della protezione internazionale, l’assenza di sanatorie generalizzate da ben dieci anni, la riduzione delle possibilità contrattuali: sono questi alcuni degli arnesi con cui l’IPS italiano incorpora questa nuova merce e ne moltiplica le possibilità di valore rendendo ricco ciò che restando nel proprio paese di origine sarebbe rimasto una merce povera, dotata di scarsa possibilità di valorizzazione nel complesso del sistema produttivo rispetto quella che esprimerà al termine di questa metamorfosi. Sono anche questi gli effetti dello scambio diseguale. Gioiscono molti italiani quando il mondo della politica presenta nuove misure repressive contro gli immigrati, senza comprendere che le condizioni di lavoro e di esistenza degli “ultimi” non sono mai staccate dal resto della classe ma, anzi, spesso vanno a mostrare possibili condizioni generali in caso di eventuali peggioramenti della situazione. Tanto per fare un esempio, recentemente vari paesi hanno reso l’immigrazione sempre più un problema di ordine pubblico e di sicurezza sfoderando, tra gli altri, anche «mezzi e metodi militari» che riscuotono spesso l’applauso ed il consenso degli autoctoni anche se «potranno essere usati domani, e già cominciano ad esserlo», contro di essi[18]. Possiamo quindi andare a definire il razzismo, nella sua forma più pericolosa, ossia quella istituzionale, come «componente potenziale di una ideologia funzionale a questa fase nuova, nella quale il capitalismo vive una accelerata espansione dei propri rapporti di sfruttamento»[19]. Esso realizza le condizioni per una profonda stratificazione in seno al proletariato che, sollecitato ad immaginare l’idilliaca quanto improbabile situazione di prosperità senza immigrati, non si accorge di un suo arretramento complessivo dell’impiego delle sue funzioni nel rapporto di capitale: è su queste funzioni differenti che ora concentriamo la nostra attenzione.

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La funzionalità degli immigrati nei circuiti del lavoro “nero” e del “non lavoro”

L’epoca della totalizzazione si caratterizza con una complessità sempre maggiore del capitale costante che genera la trasformazione, prevista da Marx, «del lavoro vivo in semplice accessorio di queste macchine, mezzo della loro azione. […] il capitale riduce qui, senza alcuna intenzione, il lavoro umano (il dispendio di forza) ad un minimo»[20]. Ma se da un lato il capitale con l’estensione in profondità del suo rapporto rende il lavoro umano sempre meno determinato concretamente e sempre più astratto, dall’altro lo stesso lavoro umano, di fronte ad un complesso macchinico enorme, diventa sempre più insignificante: ciò spinge il capitale di fronte un’ulteriore contraddizione: esso respinge la forza lavoro aumentando la propria composizione organica e a un tempo la attrae perché ne ha bisogno quale unico strumento per la valorizzazione di questa massa imponente di lavoro morto. È evidente, perciò, come il capitalismo ormai viva sempre sul filo della crisi: «nella sua essenza (il capitale) è dotato di un potere illimitato, […] nella sua esistenza, invece, questo incredibile potere si rivela privo di sbocchi possibili»; la massa e l’efficienza del capitale costante rendono il valore dell’ora di lavoro potenzialmente enorme, ma la concretizzazione nelle merci di questa energia è sempre inferiore alle aspettative, sempre minore dell’estrazione potenziale di valore dal lavoro: «questa inadeguatezza del capitale effettivo [le merci] rispetto alla potenza produttiva generale [il lavoro] è null’altro che la forma definitiva assunta dalla contraddizione latente tra forze produttive e modo di produzione»[21] Tale squilibrio emerge dal rapporto annuale della Federal Reserve, secondo la quale il pil mondiale nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, mentre il mercato obbligazionario conta 95 mila miliardi di dollari, le borse del pianeta 50 mila miliardi e i loro derivati ben 446 mila miliardi, per un totale astronomico di 591 mila miliardi di dollari, ben otto volte il dato dell’economia reale[22] Dall’analisi di una sproporzione così acuta emerge il ruolo del doppio mercato del lavoro, ossia l’affiancamento al lavoro regolare da parte del cosiddetto lavoro nero, ritenuto spesso come un’altra di quelle imperfezioni che, col tempo, saranno estirpate dallo sviluppo del capitale. Secondo Officina «esso è invece necessario, come lo è per noi l’ossigeno all’aria, al processo di produzione capitalistico, anche a quello ultramoderno della totalizzazione del rapporto di capitale»[23]. Anche qui l’Italia ricopre un posizione particolare, come possiamo notare dai seguenti dati:

 

Grafico 1 – % Incidenza del lavoro sommerso sul pil italiano e sulla media dei psa europei

 

grafico 1

 

Fonte: Carcere contro i caporali, Il Sole 24 Ore, 18 Agosto 2011;

 

Il lavoro “nero” non è quindi uno degli aspetti perfettibili del capitalismo ma una sua caratterizzazione costante che spesso si interseca con l’immigrazione: la gerarchizzazione del proletariato esprime esattamente la distribuzione dei suoi spezzoni nei vari comparti produttivi la cui funzione generale è quella di bilanciare le varie tendenze all’interno dello sviluppo capitalistico che, a seconda della sua fase presente, «necessita di un determinato equilibrio tra le sue componenti del lavoro “regolare”, del lavoro “nero” e del “non lavoro”».

La prima tipologia di lavoro, infatti, consente la pianificazione della produzione e prova ad inquadrare il mercato e la concorrenza in delle regole e dei punti fermi; il lavoro “nero” invece «velocizza i tempi di accumulazione ed il conseguente ciclo di rinnovamento del capitale»[24] ed infine il “non lavoro” concede al capitalismo il tempo necessario per il rallentamento della produzione con lo scoppio delle crisi e le successive ristrutturazioni. Perciò anche il lavoro “nero” e la disoccupazione sono fenomeni contingenti nel capitalismo solo per quanto concerne la loro composizione qualitativa e quantitativa, perché dal punto di vista strutturale essi sono imprescindibili per il modo di produzione capitalistico; nella fase attuale di totalizzazione del capitale, la disoccupazione permane nella sua funzionalità di “esercito di riserva” mentre il lavoro “nero” copre il ruolo specifico di contrappeso nello squilibrio tra il valore produttivo potenziale e quello effettivamente realizzato: con le grandi porzioni di plusvalore dedotte dal lavoro “nero” avviene un recupero del valore complessivo generato dal lavoro vivo, necessario per via dell’aumento della composizione organica del capitale che rende il lavoro “nero” «l’unica possibilità di moltiplicazione reale della massa del lavoro vivo complessivo dentro questa nuova situazione di composizione tecnica del lavoro. Proprio la dilatazione del sistema macchinino informatizzato e robotizzato recide, infatti, le normali possibilità occupazionali», per cui il lavoro “nero” diventa «il correttivo oggettivo del processo»[25]. Andiamo adesso a collocare quest’analisi teorica nel contesto della recente crisi economica, con particolare riferimento alla situazione italiana: nel 2006 l’agenzia dell’UE Eurofound stimava all’8% l’incidenza nella popolazione dai 18 anni in su da parte dei working poor, ossia di lavoratori che percepiscono un reddito inferiore al 60% della media nazionale, vivendo, di fatto, nella povertà. I paesi con le percentuali più gravi erano la Grecia (14%), la Polonia (12%), la Spagna (11%) e poi l’Italia, la Lettonia e il Portogallo (10% per ciascun paese)[26]. In Italia, così come nel resto dell’ue, il rischio di povertà aumenta sensibilmente in proporzione alla crescita della precarietà del lavoro che qui può essere dovuta al numero di mesi di lavoro nell’anno, e al contratto a tempo determinato e ai part-time:

 

 

Tab. 1 – In-work poverty risk, by job characteristics of employed population (18 years and over), 2007 (%)

 

 

Months

worked in year

Full-time

or

part-time

Type of contract

 

Full year

Less than full year

Full time

Part-time

Permanent

contract

temporary

contract

EU25

8

15

7

12

5

13

EU15

8

15

7

11

5

13

IT

9

18

9

14

16

19

 

Fonte: Eurofound, Working poor in Europe, 2007.

 

In questi anni di crisi il ricorso a tali forme precarie dell’attività lavorativa è andato sempre più intensificandosi; osserviamo i dati Istat relativi all’Italia:

 

Grafico 2 – Occupati per tipologia lavorativa in Italia, periodo 2009 – 2010

 

grafico 2

Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, 27 maggio 2011.

 

La situazione dei giovani è anche peggiore:

 

Grafico 4 – Permanenze e flussi in uscita dall’occupazione atipica 18 – 29 anni, 2007

 

grafico 4

Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, 27 maggio 2011.

 

Scrive l’Istat nel suo Report 2010 La povertà in Italia: «si conferma la forte associazione tra povertà, bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali (working poor) ed esclusione del mercato del lavoro»[27]. Ultimo dato a cui si vuol fare riferimento è quello della disoccupazione: i dati ocse indicano una disoccupazione giovanile italiana al 27,86% rispetto al 20,29% del 2007 (prima della crisi) e soprattutto rispetto la media ponderata del 16,7% degli altri paesi dell’area ocse, dove comunque risulta aumentata, dal 2008, di 13,4 milioni di unità[28]. Seguendo la riflessione di Officina indicante la necessità di continui bilanciamenti dell’economia capitalista a seconda dei vari momenti, in questa fase di crisi il capitale, prima ancora che potenziarsi, sta dunque rallentando la produzione per affrontare una propria ristrutturazione, pertanto la bilancia del lavoro pende decisamente verso la sua minore regolamentazione possibile e la sua estrema flessibilità: siamo in un processo di «egemonizzazione nel processo di valorizzazione da parte del lavoro “nero”, “irregolare”, precario perciò nelle sue varie forme, legali o meno», a tal punto che un segmento dei lavoratori sempre più consistente vede la sua posizione lavorativa formalmente “regolare” ma nella sostanza più vicina al lavoro “nero”, più simile ai working poor, e dunque vede sfumare sempre più i contorni già labili che la distingueva dall’esercito di riserva: essi non sono precisamente né l’uno né l’altro, e al tempo stesso sono entrambi. Procediamo a questo punto a mettere in evidenza un ulteriore compito che spetta a questi tipi di lavoro caratterizzati dalla disomogeneità e dalla discrezionalità: l’impiego di solo lavoro “regolare” da parte del capitale rischierebbe di appiattire la produzione su degli standard relativamente molto simili, generando un rallentamento di fondo dei tempi e del volume della crescita capitalistica. In sostanza, l’accumulazione di un grande capitale generale necessita anche di valorizzazioni immediate che il lavoro “regolare” non può dare agli stessi livelli del lavoro “nero”; allo stesso tempo, la velocità con cui quest’ultimo “brucia” il capitale accumulato valorizzandolo renderebbe difficile una concentrazione di ricchezza quale quella a cui stiamo assistendo: «ciò taglierebbe le gambe, in poco tempo, all’intero sistema, perché la valorizzazione dipende non solo dal lavoro vivo, ma anche dal grado di concentrazione del “lavoro morto”». Dunque, il doppio mercato del lavoro «contribuisce in modo decisivo all’accumulazione effettiva, poiché salvaguarda il dinamismo e la concentrazione», il che significa che «sempre, nella società capitalistica ci sarà il comparto del lavoro sottopagato, con meno normative e con meno garanzie. I soggetti più deboli della società occuperanno quel comparto: le donne, i giovani, gli immigrati. I luoghi dove esso si concentrerà saranno quelli a maggior carenza di struttura produttiva e sociale: in Italia, il meridione»[29]. A sostegno di questa tesi presentiamo di seguito dei dati comparsi su Il Sole 24 Ore del 18/08/2011:

 

Figura 1 – Il lavoro “sfruttato” in Italia, 2011

 

figura 1

 

La precedente citazione e la Figura 1 si rivelano a questo punto decisivi nell’indicare il percorso alla nostra ricerca che va sempre più stringendosi, come indicato all’inizio del paragrafo, sulle zone del Sud Italia ed in particolare, sulla “Castel Volturno Area”. Prima di seguire questa traiettoria, però, si vuol mettere in evidenza un ultimo aspetto generale del rapporto tra migrazione ed attuale rapporto di capitale: lo spreco di uomini.

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Lo “spreco di uomini”

Questa prassi è sempre stata appannaggio del capitale in due forme generali: l’eccessiva “spremitura” della manodopera che la conduce ad un logoramento prematuro ed il sottoutilizzo dello stesso essere umano, impossibilitato dallo stesso sistema ad “integrar visi” perché bandito dalle leggi e dalla società per non avere un lavoro oppure “arruolato” come soldato in prima linea nell’esercito di riserva. Questa peculiarità del capitalismo va riportata adesso alle caratteristiche della totalizzazione del rapporto di capitale: in questa fase permane lo spreco umano per via del supersfruttamento, indifferentemente dal suo impiego nei comparti centrali della produzione (pv relativo) o in quelli periferici (pv assoluto), ma si genera anche una dimensione più profonda di «mortificazione dell’umano» che, secondo Officina, «assume (secondariamente) la forma del circuito disoccupazione – lavoro nero» e «(principalmente) la forma di una generalizzata cultura e pratica metropolitana della morte» che «avvicina spaventosamente vita e morte, quartiere e carcere, lavoro e precarietà, isolamento sociale e individuale»[30]. Lo spreco che si consumava nelle fasi del libero mercato e dei monopoli aveva il carattere della funzionalità: l’estrazione massiccia di plusvalore da un lato, la pressione al ribasso sul mondo del lavoro dall’altro; oggi questo spreco di uomini si rivolge anche ad esseri umani che non rientrano nei circuiti produttivi del capitale neanche indirettamente: per questo il loro è uno spreco assoluto. Pensiamo a quella «frazione del ceto contadino bloccato alla periferia urbana» descrittaci da Fanon, «uomini che la popolazione crescente delle campagne e l’esproprio coloniale hanno portato a disertare la terra familiare» e che «girano instancabilmente attorno alle diverse città, sperando che un giorno o l’altro si permetterà loro di entrarvi»: questo è il popolo delle bidonville «simile a una muta di topi» che «non riuscendo a piazzarsi sul mercato, rubavano, si davano al vizio, all’alcolismo ecc.»[31]: il capitale va sprecando questi uomini, non molto diversi dal Lumpenproletariat che oggi si condensa attorno alle metropoli del “nord” e soprattutto del “sud” del mondo, fatto di generazioni tagliate fuori da ogni prospettiva e vittime della criminalizzazione della tossicodipendenza, protagonisti degli scontri tra bande e della piccola illegalità. Nella nostra attuale società, per via della parabola discensiva delle condizioni generali del proletariato e del progressivo appiattimento degli ultimi gradini della scala sociale, anche questo spreco di uomini e la sua equivalenza tra vita e morte che rendono l’esistenza una graduale marcescenza si vanno estendendo a sempre più spezzoni di classe e i migranti non sono esenti da tali meccanismi ma anzi, essi rappresentano il segmento dove lo spreco va realizzandosi con immediatezza: l’arrivo nelle “cittadelle del capitale” di un numero nettamente superiore delle necessità del capitale per la formazione dell’esercito del lavoro nero e quello di riserva (che spesso coincidono) andrebbero solamente ad approfondire le situazioni di estremo degrado generando costi più alti di servizi sociali, che invece il capitale spinge verso sempre più drastiche riduzioni, e maggiori spese per la repressione. Per scongiurare questi inconvenienti, il capitale preferisce lasciar morire queste persone durante il loro viaggio: esse sono più utili da morte, da scomparse, da affogate piuttosto che come vive complicazioni. Potremmo fare l’esempio degli usa e della loro operazione Gatekeeper consistente nell’innalzamento di un muro di recinzione con la frontiera messicana e supportata poi dall’aumento di controlli, rastrellamenti e pattugliamento anche da parte di cittadini volontari, il cui brillante risultato non è stata non la fine del processo migratorio ma una selezione casuale al suo interno che ha fatto crescere i morti del 500%[32]; L’Europa non è da meno: dal 1988 al 01/08/2011 sono 17738 i morti registrati nei diversi tentativi di varcarne i confini[33] ma in questa stima non rientrano le migliaia di morti che avvengono nel Sahara; l’Italia risulta protagonista di un ulteriore sistema di spreco umano con i suoi accordi con la Libia concretizzatosi, sul fronte immigrazione, con una serie di respingimenti in violazione a tutta una serie di norme nazionali e internazionali[34], la reclusione dei migranti nelle carceri libiche dove sono sottoposti ad ogni genere di violenza e maltrattamenti, l’abbandono nel deserto, il rimpatrio nei paesi da cui si è fuggiti anche per richiedenti asilo: questi sono i modi in cui il capitale si disfà in modo assoluto della merce umana in sovrappiù, l’immediato e gratuito spreco degli uomini alimentato dalle grandi potenze firmatarie di tanti trattati e convenzioni a difesa dell’essere umano! Il Sole 24 Ore nel febbraio del 2010 riportato un’inchiesta della società Gallupp, condotta tra il 2007 e il 2009, i cui dati riferiscono che il 16% della popolazione mondiale in età adulta lascerebbe il proprio paese: parliamo di circa 700 milioni di persone[35]: in caso di aggravarsi della crisi, purtroppo una buona fetta di quanti si dovessero effettivamente mettere in viaggio sarebbe irrimediabilmente condannata a non poter neanche arrivare ai paesi di destinazione, risucchiata dallo spreco assoluto. A questo punto possiamo rispettare le nostre precedenti intenzioni soffermando la nostra ricerca sulla “Castel Volturno Area” quale osservatorio di spicco del rapporto tra migrazioni e dell’esercizio concreto dello sfruttamento nella fase della totalizzazione.

 

MARZO 2013

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[1] Cfr. La totalizzazione del rapporto di capitale, dello stesso autore, pubblicato sul numero 09 della rivista [N.d.R].

[2] P. Basso, Sviluppo diseguale, migrazioni, politiche migratorie, in P. Basso, F. Perocco (a cura di), Gli immigrati in Europa - Diseguaglianze, razzismo, lotte, Franco Angeli, Milano 2008, pp. 86-87.

[3] P. Basso, Dalle periferie al centro, ieri e oggi, in P. Basso, F. Perocco, Immigrazione e trasformazione della società, Franco Angeli, Milano 2009, p. 30.

[4] «Dalla seconda metà degli anni ’80 fino al 1994 un gruppo di comunisti delle province di Napoli e Caserta diede alla luce circa una decina di numeri di una rivista, il periodico marxista Officina, attraverso la quale espressero l’esigenza di rivedere alcuni fondamenti teorici che hanno accompagnato i marxisti nel ‘900 a cominciare dall’interpretazione leninista del capitalismo come sistema morente e prossimo alla dipartita». Vedi nota 2 [N.d.R].

[5] K. Marx, Il Capitale, Newton, Roma 1996, pp 528-529.

[6] L. Ferrajoli, Politiche contro gli immigrati e razzismo istituzionale in Italia, in P. Basso (a cura di), Razzismo di stato, Franco Angeli, Milano 2010, p. 118.

[7] M. Hardt, A. Negri, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano 2010, pp. 20-21.

[8] P. Basso, F. Perocco, Gli immigrati in Europa, in P. Basso, F. Perocco, Gli immigrati in Europa – disuguaglianza…, cit., p. 18.

[9] M. Ferrero, Il “pacchetto sicurezza”: dall’integrazione subalterna degli immigrati alla loro criminalizzazione, in P. Basso (a cura di), Razzismo di stato, cit., pp. 429-430.

[10] F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2011. pp. 157-159.

[11] K. Marx, L’internazionale operaia, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 37.

[12] K. Marx, Il Capitale, cit., p. 546.

[13] Il vero imputato è il capitalismo, in «Officina» n. 0, giugno 1987, p. 13.

[14] P. Di Caro, L’Occidente è una civiltà superiore, in «Il Corriere della Sera», 27 settembre 2001, p. 9.

[15] A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Biblioteca Neri Pirozza, Vicenza 2008, p. 47.

[16] L. Ferrajoli, Politiche contro gli immigrati…cit., pp. 119 -120.

[17] G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, La Nuova Italia, Firenze 1941, p. 59.

[18] P. Basso (a cura di), Razzismo di stato, cit., p. 12.

[19] Il fatto – Maggio ’88, in: «Officina» n. 3, luglio – settembre 1988, p. 20.

[20] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, quaderno VI, pp. 33 -39, in:

http://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/Marx_Karl_-_Grundrisse_3c_­_Il_Capitale.pdf .

[21] La crisi economica nell’epoca del rapporto totale di capitale, in «Officina» n. 9, marzo 1993 p. 13.

[22] Board of Governors of the Federal Reserve System, 97th Annual Report, 2010, in: http://www.federalreserve.gov/publications/annual-report/files/2010-annual-report.pdf .

[23] Note sul razzismo, in «Officina block notes», settembre 1989, p. 5.

[24] Note sul razzismo, cit., p. 6.

[25] Il rapporto totale di capitale, in «Officina» n. 6, gennaio 1990, p. 10.

[26] Eurofound, Working poor in Europe, 2007, in: http://www.eurofound.europa.eu/ewco/studies/tn0910026s/tn0910026s_10.htm

[27] Istat, La povertà in Italia, 2010, p. 3.

[28] ocse, Employment Outlook 2011, in: http://www.oecd.org/dataoecd/36/27/48622469.xls .

[29] Note sul razzismo, cit., p. 6.

[30] Note sul razzismo, cit., p. 10.

[31] F. Fanon, I dannati della terra¸ Einaudi, Torino 2007, pp. 77-78.

[32] P. Basso, L’ascesa del razzismo nella crisi globale, in: P. Basso (a cura di), Razzismo di stato, cit., pp. 19-20.

[33] Fortress Europe, La strage, in: http://fortresseurope.blogspot.com/p/la-strage-negata-17317-morti­ai-confini.html

[34] L. Ferrajoli, Politiche contro gli immigrati…cit., pp. 19-20.

[35] M. Naim, 700 milioni – la più grande emigrazione del secolo, in «Il Sole 24 Ore», 23 febbraio 2010.