Rubare l'anima. Crisi della presenza e post fordismo alla meridionale. Città Future
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RUBARE L'ANIMA

Crisi della presenza e post fordismo alla meridionale

Giulio Trapanese

 

(Intervento al Convegno del 17 – 18 Giugno Nord Est e Mezzogiorno, tra politica e territorio organizzato da Istituto Italiano Studi Filosofici, Scuola critica, Società studi politici, tenutosi presso l’Istituto Italiano Studi Filosofici)

 

La questione meridionale è un tema ampio, e complesso. Riguarda la storia d’Italia, riguarda la storia delle trasformazioni economiche, la natura e il destino delle organizzazioni mafiose, il tema della coscienza e, storicamente, quello della religione, delle forme di organizzazione comunitarie. Un ambito molto grande, entro cui io vorrei entrare e introdurvi a poco a poco, pur nel breve tempo che abbiamo, per tracciare appena delle strade possibili attraverso cui avvicinare questa questione, mettere a fuoco la genesi storica e la sua fioritura attuale, come dice il titolo di questa relazione, in qualche modo, la storia e le prospettive. Antonio, poi, successivamente fonderà su basi storiche e politiche alcuni degli spunti che io proverò ad offrire.

La mia parte di questa relazione l’ho intitolata Crisi della presenza e post fordismo alla meridionale; e ho voluto con questo segnare una connessione possibile del passato del meridione con il presente più generale, e del presente più generale, a sua volta, con il nuovo presente, ancora poco chiaro, fumoso, ancora troppo vicino alle macerie da cui fuoriesce, della condizione meridionale oggi.

 

La crisi della presenza è una categoria che Ernesto De Martino, il noto antropologo italiano, prende in considerazione in testi come Sud e Magia del 1959, ed è ad alcune parti di questo testo che proverò a riferirmi. In esso la spiegazione della permanenza di atteggiamenti e pratiche magiche nel meridione viene svolta attraverso la connessione alla sua storia sociale e politica, di modo che la  genesi del comportamento magico non sia né casuale, né frutto d’una diversità e magari arretratezza costitutiva, ma discenda dal tipo di relazioni sociali che si sono andate sviluppando negli ultimi secoli in quelle terre, e che, nel momento in cui De Martino scrive, persistono ancora, perché ancora legate a quella realtà sociale.

«Se ci chiediamo quali sono le ragioni che fanno ancora sopravvivere una ideologia così arcaica nella Lucania di oggi, la risposta più immediata è che tuttora in Lucania un regime arcaico di esistenza impegna ancora larghi strati sociali, malgrado la civiltà moderna. E certamente la precarietà dei beni elementari della vita, l’incertezza delle prospettive concernenti il futuro, la pressione esercitata sugli individui da parte di forze naturali e sociali non controllabili, la carenza di forme di assistenza sociale, l’asprezza della fatica nel quadro di un’economia agricola arretrata, l’angustia memoria di comportamenti razionali efficaci con cui fronteggiare realisticamente i momenti critici dell’esistenza costituiscono altrettante condizioni che favoriscono il mantenersi delle pratiche magiche»

Entro questo quadro noi abbiamo quindi la possibilità di dare una ragione all’uso popolare della superstizione e dei curatori magici, delle angosce e dei comportamenti messi in atto in risposta ad esse. Per De Martino il punto è guardare alla società e alla storia di quella società. Alla vita di quegli individui come attori sociali, parti di una storia più ampia, di cui inconsapevolmente, per lo più, sono testimoni. In questa storia che è la storia di decine di secoli di civiltà prevalentemente contadine, e storia di dominazioni straniere del meridione italiano, le energie degli individui sono state continuamente e progressivamente depresse, frustrate, erose nella fatica del lavoro dei campi, e nell’insicurezza della condizione di vita, e così - più in generale - nella percezione assoluta di mancanza di controllo sul proprio destino. La vita non appartiene più a chi vive. Viene data e può essere tolta in modo del tutto casuale, immediato, violento e insensato al tempo stesso. Il disordine di una vita sociale non basata sulla fiducia nel senso del proprio agire apre la strada a forme di compensazione e protezione. La radice profonda della magia così - secondo De Martino – è quindi la sofferenza degli individui e cioè che la vita nella sua complessità, nel suo «corteo di traumi, scacchi, frustrazioni, e la correlativa angustia e fragilità di quel positivo per eccellenza che è l’azione realisticamente orientata» ha bisogno continuamente d’essere elaborata perché possa svolgersi, e non può trascinarsi come un macigno sempre identica se stessa, ha bisogno di rinnovare il suo senso a seconda dei suoi passaggi tipici e di rafforzarsi per non lasciarsi andare all’indietro.  Per tutto questo c’è bisogno d’una forza soggettiva, una presenza a se stessi d’una certa stabilità, senza la quale la ragione perde terreno rispetto alla superstizione e alla magia. C’è bisogno d’una fiducia di base, e di fiducia in quanto sentimento sociale. Vediamo così tracciarsi l’orizzonte della crisi della presenza meridionale come quello della perdita di fiducia in sé e negli altri, a fronte del collasso della possibilità di sentirsi i veri protagonisti della propria storia. Possiamo domandarci, infatti, quale sia il sentimento comune sotteso alle esperienze come la fascinazione, la possessione, la fattura e l’esorcismo. Cosa ce le lascia accomunare. La risposta è l’esperienza interna riportata dai soggetti interessati, i quali si sentono espropriati della possibilità di scegliere, decidere, contare per sé, sulle proprie forze, affrontare il tempo della propria vita in modo dinamico e attivo. «I sentimenti di vuoto, così diligentemente analizzati da Janet, consistono nella perdita di autenticità di sé e del mondo, onde il fluire della vita psichica è accompagnato da un senso di estraneità, di artificialità, di irrealtà e di lontananza, che colpisce sia il corso dei propri pensieri, sentimenti e azioni, sia la esperienza della realtà oggettiva (persone, eventi, cose situazioni)».

L’io e il mondo si svuotano, perdono consistenza e concretezza, la relazione sociale non dà più senso alla vita individuale, il progetto di vita è schiacciato sul mero presente, quando, appunto, il presente non sia già di suo completamente assorbito da esperienze del passato, sempre le stesse, fissate, in una dimensione della mente statica, senza apertura al rinnovamento. Questa condizione è la possibilità – e al tempo stesso l’effetto – della dominazione e dell’influenza di un altro e si lega alla debolezza dell’estraneazione da sé, del sentirsi diretto e controllato da forze oscure, da possessioni indistinte, da parole di altri. Diciamo pure, è la rappresentazione nel campo della follia, del sentimento quotidiano delle masse del Sud rispetto all’oppressione esercitata su di loro storicamente e che, fuori dal piano della storia, viene percepita, invece, come dominio della natura sulle possibilità dell’uomo, dominio del sovrannaturale sul naturale, dominio – in definitiva – dell’Altro indistinto, in quanto tale, su di sé. Debolezza, impotenza, resa incondizionata, paura estesa ad ogni aspetto della vita, possono essere – a seconda – condizioni elaborate sufficientemente a un livello ordinario della vita individuale o, invece, espressioni di un disagio psichico che trasborda i confini del controllo della coscienza, e che diventa un atto senza parole e senza controllo. De Martino tra alcuni casi citati dallo psichiatra Janet di fine del diciannovesimo secolo e che ha affrontato questo tema della spersonalizzazione, riporta quello di una donna che afferma: «Tutto in me è lettera morta, io non sono più una donna che abbia un cuore, mi si presta l’anima di un altro, non sono che una povera marionetta tirata dai fili da tutte le parti, mi si ruba l’anima, ad ogni istante muto di proprietario, c’è dietro la muraglia qualcuno cui appartengo, e che dispone delle mie azioni e dei miei pensieri», e aggiunge come proprio questa espressioni, «rubare l’anima» sia proprio quelle tipiche delle cosiddette civiltà contadine rispetto al rischio grave dell’affatturamento, da cui poi discenderebbe il compito dello stregone di ricatturarla e, quindi, restituirla al derubato. Rubare l’anima: come si può non pensare alla sottrazione storica della possibilità della vita, del suo rendersi autonomo dalle decisioni degli altri sugli elementi più basilari della propria – la scelta di chi sposare, se avere o non avere figli, se continuare o meno il lavoro del padre, poter liberamente scegliere di cambiare luogo, di andare via, scegliere idee e posizioni diverse da quelle costituite. L’anima rubata è un’anima che non scompare, pochi di coloro che hanno allucinazioni e che ricorrono a pratiche magiche, pensano che la propria anima semplicemente non ci sia più, sia finita, scomparsa per sempre. Ciò che viene tolto da un lato, dall’altro viene conservato, meccanismo di omeostasi di forze quasi paragonabile a quello interpretato da Marx come sottrazione di plus valore in campo economico.

Da qualche parte, quindi, per loro l’anima rimane, in particolare c’è qualcuno che, avendogliela sottratta, la controlla. Altre volte, invece, l’anima non abbandona il corpo del soggetto derubato, ma semplicemente perde il contatto con esso, rimane lì dentro, ma agisce secondo altri comandi e impulsi, è eterodiretta, come nel caso citato, che esprime la condizione più inquietante ma più realistica, quella della marionetta, in cui si agisce secondo fili più o meno visibili, a comando, come burattini, senza autonomia, forza, resistenza 

A volte, poi, nei casi di possessione, il margine di autonomia quasi scompare – e sono i casi più gravi, quelli considerati come stati di possessione. Un’altra anima, una personalità aberrante e perversa raggiunge il soggetto, lo invade in uno stato di coscienza diverso, e si sostituisce alla personalità ordinaria. La crisi, improvvisa e apparentemente inspiegata, è seguita poi dal ritorno della coscienza ordinaria e dalla completa amnesia di ciò che è accaduto.

Questa è la crisi della presenza secondo De Martino. È la crisi della vita del soggetto in quanto individuato. La crisi delle sue forze e della sua capacità di essere nella relazione con gli altri, sganciandosi da un spossessante e devastante relazione di potere quasi ubiquitaria. La manifestazione soggettiva dell’impasse sociale d’un intera comunità.

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Questa, in breve, la traccia di De Martino per il nostro discorso sulla questione meridionale. Sud geografico e sudditanza morale, dipendenza economica e dipendenza psicologica dalle forme tradizionali di religione, superstizione, magia. Minorità civile come minorità esistenziale, espropriazione della cittadinanza come presupposto dell’espropriazione di sé, e, viceversa, l’espropriazione della propria interiorità come strumento di mantenimento delle relazioni di potere esistenti, dell’ingiustizia feudale, prima, dell’oppressione capitalistica, poi. Quella di cui ci parla De Martino è, tuttavia, ancora una civiltà fortemente contadina, è un tempo che, come egli stesso ha modo di spiegarci, sopravvive in un altro tempo e in un’epoca in cui l’industrialismo e la nascente civiltà dei consumi conferisce già da almeno un secolo un nuovo carattere antropologico alla società italiana. La questione meridionale era ormai già la questione di come risolvere la compresenza di tempi nella storia italiana, divisa geograficamente dalla linea che la travagliata storia d’Italia degli ultimi secoli ha posto fra il Nord e il Sud. Gramsci articolava in quel suo breve scritto del 26, «Alcuni temi della quistione meridionale», la possibilità dello sbocco progressista e socialista della contingenza storica italiana come l’unione cosciente fra il proletariato industriale del Nord aggregatosi secondo la misura fordistica in grandi centri operai e la stragrande maggioranza delle masse al Sud, ancora legate al mondo agricolo, al sistema di relazioni sociali ereditate in qualche modo dal feudalesimo della terra, ad una divisione più rigida fra il centro della città e la periferia della campagna. Unione necessaria per il superamento della spaccatura oggettiva della società italiana entro un quadro che per Gramsci deve rimanere unitario dal punto di vista politico, ma che deve essere rifondato radicalmente, posto su un rinnovamento sociale, su un nuovo legame fra le classi subalterne. Questa la tesi classica di Gramsci, che allora fu riconosciuta dal Partito comunista in esilio, e che venne ripresa e considerata anche poi alla fine della guerra. Tuttavia, quello che però oggi siamo chiamati a discutere è come affrontare questa questione, quale rapporto stabilire con la tesi di Gramsci, in modo da riuscire a pensare concretamente il presente, agire in esso. La società italiana è cambiata radicalmente, nel giro di sole quattro generazioni la nostra vita non può essere più considerata la stessa da nessun punto di vista. Il sistema d’economia, il piano politico, lo sviluppo dell’elemento del consumo in una società che appena pochi decenni prima viveva in larghe fasce il problema della denutrizione e dell’esposizione alla morte per malattie oggi assolutamente innocue, un livello di alfabetizzazione scolastica molto più alta. Il treno della storia è stato veloce, come non mai, e non solo per l’Italia – ovviamente. Dalla  tradizionale civiltà contadina siamo passati alla spinta per l’industrialismo di parte del Novecento, e da quest’ultimo nel giro d’un paio di decenni nel quadro d’una trasformazione mondiale dei parametri economici, alla fase del post industrialismo, in cui il sistema di produzione post fordista ha oramai trasformato la natura del lavoro d’industria espellendo parte di lavoro fuori dalla produzione nel settore del consumo e della pubblicità, del conferimento indiretto di valore alla merce sulla base della sua apparenza, e infine aumentato la disoccupazione e l’immigrazione su scala mondiale. Tutto questo pone, quindi, anche la questione meridionale su un terreno differente da quello tradizionale di cui ci parla Gramsci. Lo stesso storico Barbagallo in un articolo sulla Rivista storica italiana del’87, a proposito della questione meridionale in Gramsci, conclude il suo articolo precisando che «la ricerca storica sul Mezzogiorno moderno e contemporaneo ha proceduto negli ultimi anni ad innovative aperture tematiche e interpretative che hanno contribuito ad arricchirne la conoscenza, presentando una realtà sociale e politica rilevata efficacemente nella sua articolazione. Il quadro della società meridionale, specialmente fra Ottocento e Novecento, ne è uscito vivificato e approfondito, oltre i limiti precedenti sia di ambito tematico che di spessore problematico. In connessione con una certa insofferenza per i consolidati modelli interpretativi fondati su dicotomie come arretratezza e sviluppo, ritardo e progresso si è diffusa, negli ultimi anni, una tendenza ad attenuare le specificità della evoluzione storica della società meridionale per integrarla in un più ampio orizzonte continentale e mondiale, come aspetto periferico omologabile ad altre, consimili esperienze». E in questo solco noi possiamo effettivamente riconoscere una traccia importante della discussione attuale. Riconoscere il Sud dell’Italia come parte di un Sud più ampio, il suo destino come parte di quello di altre zone poste al confine tra il dentro e il fuori dello sviluppo complessivo dei centri dell’economia mondiale. Nell’orizzonte della polarizzazione mondiale l’economia del Sud assumerebbe, quindi, questo nuovo carattere. Con il dominio dei grandi poteri finanziari e lo squilibrio, nel campo della produzione, nella ripartizione del lavoro e di investimenti fra le diverse regioni mondiali, nel Meridione d’Italia assistiamo negli ultimi decenni ad una situazione di sviluppo, se così si può chiamare – sui generis. Come tutte le altre, con lo sviluppo dell’economia capitalistica su scala mondiale, anche questa questione si fa globale, si internazionalizza, si lega alla trama dello sviluppo più generale delle cose, si posiziona a modo suo in questo scenario, assumendo un ruolo particolare. Nella stessa provincia lucana, ad esempio, dell’indagine di De Martino c’è oggi molto di più il respiro della situazione del mondo, gli spazi diminuiscono, la cultura locale non si esaurisce ma perde il suo carattere isolato, si tempera in una dimensione più generale, la televisione, le comunicazioni, i modelli di comportamento, l’industria della cultura, le immagini dell’onnipotenza della tecnica perforano la soggettività labile tipica della psicologia magica e la fanno esplodere. I nuovi potenti non sono più i santi, i santoni, le figure dell’irrazionalità superstiziosa, ma un mondo all’apparenza più vicino, evidente, che funziona in modo logico, ma in verità anche meno umano, perché tecnico, reificato, come quello di prima altamente eteroregolato, ma, a differenza di quello, in modo meno esplicito e riconoscibile, senza più intermediari veri o presunti. L’incanto della magia già assediato dalla regolazione del lavoro di fabbrica, si viene oggi sempre più trasformando, da un lato esaurendo, lasciando, così, spazio ad altro, a nuove forme di compensazione per la mancanza di forza per l’individuazione, per l’assottigliamento della speranza nel futuro, per la crisi della fiducia di poter contare nelle relazioni sociali con gli altri, di essere in qualche modo garantiti dalla comunità, in piccolo, e, in grande, dallo Stato. Vorrei provare, così, adesso, sulla base di questo, a tracciare tre brevi descrizioni simbolo di questa condizione contemporanea. 

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La prima di questa è di stretta attualità, per quanto non legata semplicemente a questa attualità. Si tratta della vicenda della ristrutturazione del tipo di contratto e di lavoro alla Fiat di Pomigliano. Se non si vuole che la produzione della Fiat Panda e con essa tutto lo stabilimento si sposti in Polonia bisogna accettare il diktat di nuove condizioni proposte dall’amministratore delegato del gruppo Marchionne. Questa è la nuova politica industriale della Fiat e queste sono le condizioni che l’industria italiana più rappresentativa si sente di poter porre: o è così o si va via. Il quadro dell’accordo già firmato da una parte delle organizzazioni sindacali è reperibile su internet e può essere visionato da chiunque. Vorrei riferirmi in quest’accenno all’analisi e agli elementi messi in luce da L. Gallino su un articolo su Repubblica del 14 Giugno, che credo mettano in luce il carattere delle nuove forme di lavoro e come quando si parli di post fordismo non significa parlare di fine del lavoro, ma di ridistribuzione del lavoro, in un quadro diverso, in cui una parte del lavoro ancora impegnato nella produzione è costretta a lavorare a livelli che sono disumani, sempre più cioè in una metrica reificata in parametri computerizzati e cronometrati. Cito da Gallino: «Allo scopo di utilizzare gli impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato compreso , nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L’ultima mezz’ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana lavorativa di 6 giorni e una di 4. L’azienda potrà richiedere 80 ore di lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più all’anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a due o tre giorni. Le pause durante l’orario saranno ridotte d’un quarto, da 40 minuti a 30. Le eventuali perdite di produzione a seguito di interruzioni delle forniture potranno essere recuperate collettivamente sia nella mezz’ora a fine turno – giusto quella della refezione – o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto nazionale dei metalmeccanici». E fin qui lo scenario è quello apocalittico di ritorno al passato. Aumentare in tutti i modi le ore di lavoro effettivo, restringere diritti acquisiti nel corso degli ultimi decenni, estendere in qualsiasi modo il tempo della vita dell’operaio dedicata alla produzione di fabbrica. Se però veniamo al modo in cui questo sistema intende intensificare il lavoro dal punto di vista dei ritmi del lavoro, vediamo come l’aumento di plusvalore relativo, per dirla con Marx, si lega al nuovo mondo dell’informatica, dei computer, dei cronometri specializzati, del calcolo scientifico delle reazioni umani, alla cibernetica come arte del dominio attraverso la previsione millimetrica. La metrica, appunto, del lavoro. Come scrive lo stesso Gallino, fin dagli anni venti nella fabbrica torinese del Lingotto c’erano i cronotecnici, ma oggi tutto questo è diverso, si lega all’istantaneità del calcolo elettronico, alla pianificazione e al controllo complessivo di movimenti e tempi, con l’adozione dei criteri organizzativi adottati già da diversi anni dal World Class Manifacturing (che sta per produzione di qualità o livello mondiale), provenienti dal Giappone, patria originaria del modello toyota. Se noi andiamo a sfogliare il World Class Manifacturing vediamo come la ricerca scientifica sia oramai legata a doppio filo alla sopravvivenza in tutti i modi del sistema stesso qual è, e mai alla creativa innovazione di esso, come la psicologia, ad esempio, che viene utilizzata per l’aumento della produttività riducendo gli uomini a variabili oggettive in grado rendere maggiore o minore produttività, a seconda se si sentano parte o meno del processo collettivo di produzione, o nutrano sentimenti positivi o negativi rispetto al loro lavoro. Attorno a questi meccanismi psicologici, infatti, ruotavano i corsi di formazione che la Fiat ha promosso per i lavoratori negli ultimi due anni con il fine di rieducarli alle nuove esigenze di lavoro. Riportando le stesse parole di Gallino, noi ritroviamo che l’ideale del Wcm è «il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot». Come robot, cioè, come individui senza individualità, variabili individuali adatte a qualsiasi situazione, alla produzione di qualsiasi componente, di diversi modelli, ad azionare in modo simile macchine diverse che producano cose, magari, anche completamente diverse. La strategia adottata a Melfi e che poi venne sconfitta dalla lotta degli operai del 2004, viene riproposta, intensificata, e ancora più brutalmente presentata come l’unica alternativa possibile sulla base dello scenario economico attuale. Cosa – d’altra parte vera – se si considera come naturale e non trasformabile il quadro più complessivo in cui si sta operando. Pomigliano, come Melfi, come luoghi simbolo della provincia meridionale in cui il post fordismo è ancora fabbrica e non solo call center, e l’economia globalizzata sta sperimentando le forme più esagerate di innovazione nel campo dello sfruttamento operaio.

Il lavoro deumanizzato e il sogno imprenditoriale delle fabbriche che lavorano da sole, a luci spente, senza il contributo umano, che si muovono ininterrottamente per stare al passo della competizione produttiva; le macchine che producono e quelle che regolano i tempi di chi aziona le prime, i ritmi completamente oggettivati, catalogati, stabiliti e slegati dalla consapevolezza produttiva dell’operaio. La rigidità dell’atto produttivo, e la flessibilità della presenza nella produzione, meccanizzazione del tempo della propria vita e annientamento del controllo su di questa, sul margine di gestione del proprio tempo di lavoro, e su quello fuori dal lavoro. Et voilà: uno degli aspetti della globalizzazione nel Meridione d’Italia. Ecco in che modo  - e un modo completamente diverso – la crisi della presenza continua oggi al Sud d’Italia. Continua nell’oppressione del lavoro, nel suo abbassamento a mero ricatto di sopravvivenza, a cui si è obbligati per non finire per strada, senza prospettive di vita. La crisi della presenza, come quella di chi lavora per sopravvivere, ma non sa neanche più perché sopravvivere – come le macchine in fondo che sono sempre e solo per altro, che nascono e muoiono per un fine umano e che non si fanno domande, per le quali lavoro è fine e non un mezzo. Ma oggi pare che chi vuole rimanere nel sistema della produzione deve essere disposto a questo tipo di sacrifici – ed è quello che la stessa maggioranza degli operai si trova oggi costretta a pensare. La Polonia è troppo vicina, e la Polonia come tutto l’Est europeo, la Romania delle aziende del Nord Est, come il Sud America e il Sud Africa per le multinazionali come la General Motors, come altri Sud del mondo, come gli altri luoghi in cui il capitalismo delle multinazionali negli ultimi vent’anni ha imparato a trarre profitto in qualunque modo. Non si tratta d’una storia nuova, ma è la storia che continua del capitalismo globalizzato, capitalismo che fonda se stesso sulla conoscenza scientifica delle possibilità d’investimento su scala planetaria e su un’influenza pressoché illimitata sulle azioni dei governi nazionali.

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Ad un certo punto del suo articolo lo stesso Gallino si domanda quanto durerebbero coloro che criticano la refrattarietà degli operai e li invitano ad essere responsabili, a lavorare con questi nuovi ritmi, e a queste nuove condizioni. Spostando la domanda, ci si può chiedere, fino a che punto gli operai stessi saranno in grado di reggere la loro nuova condizione. Per avvicinarci, così, alla seconda delle tracce che vorrei presentarvi, vorrei riportare alcuni punti che emersero in un’inchiesta del 2008 pubblicata dal Manifesto a cura di Loris Campetti. L’inchiesta ha come titolo «Quanto tira la classe operaia» ed è sull’uso di droghe diffuso in fabbrica e in genere sui posti di lavoro. La prima parte di questa inchiesta riguarda la Sevel di Atessa, in Abruzzo, la principale fabbrica della Fiat per numero di addetti dopo Mirafiori, dove si costruiscono furgoni Ducato per la Fiat stessa e per la francese Psa. Ricordo che all’epoca quando lessi quest’inchiesta rimasi abbastanza allibito dei suoi risultati, per quanto adesso invece mi appaia molto più naturale e spiegabile alla luce di una conoscenza migliore di quello che sta diventando lavorare oggi. Alla Sevel un operaio su due consuma sostanze stupefacenti, in particolare in larga misura la cocaina, che in qualche modo rispetto alle altre sostanze dà una carica maggiore, accentua la reattività fisica e mentale, tiene svegli, non fa sentire il dolore e dà un contenuto per quanto vago e distorto alla noia del lavoro alla catena di montaggio. Ci si droga in fabbrica per lavorare e produrre di più in modo che « tu fai i picchi di produzione e i capi non ti rompono il cazzo» ma ci si fa anche fuori, e la droga e la cocaina assorbono lo spazio della vita, come il lavoro ne assorbe il tempo.

Dall’articolo di L. Campetti troviamo questa descrizione: «Nel 2008 ci sono realtà industriali importanti in cui addirittura il 50% dei lavoratori si fa di cocaina e, in misura minore, di eroina e di ogni sostanza capace di rendere più tollerabile una vita di merda, o meglio, di far sognare un’improbabile fuga da essa. Di merda è il lavoro così come la normalità delle relazioni in paesi privi di vita sociale, che concedono ben poco alle speranze di futuro e di cambiamento, ci raccontano le tute blu. Ci si fa per lavorare, per sballare, per fare l’amore. Ci si fa alla catena di montaggio, in discoteca con gli amici, a letto con la moglie per migliorare le prestazioni sessuali; poi arriva la dipendenza e con essa lo spaccio per pagarsi la dose. Operai e operaie, capi e sorveglianti, adescati in fabbrica da altri operai: una pista nei cessi della fabbrica tanto per provare, l’esaltazione e il cuore che batte a mille, l’adrenalina che all’inizio fa aumentare addirittura la produzione, infine la consuetudine. Si lavora di notte per guadagnare trecento euro in più, 1.400 invece di 1.100 euro buoni per affrontare l’astinenza e la crisi della quarta settimana. La notte[d’altra parte]ci sono meno controlli». I teorici della biopolitica avrebbero qui materiale prezioso per le loro tesi: lavoro e assenza di relazioni sociali, droga e produttività, droga e sessualità, produzione e assenza di senso. É la fabbrica, ma non è solo la fabbrica. É la comunità, il tempo della vita sociale che non scorre. Alla domanda diretta finale di Campetti «Perché vi fate?», Giulietta, operaia della Sevel, risponde «Prova tu a viverci in questi paesi, poi lo capisci, e ti fai anche tu». Gli operai hanno difficoltà a mettersi insieme nell’organizzazione d’una vertenza, nella discussione preparatoria ad uno sciopero, mentre quello che ancora riesce a volte ad unirli è il discorso del pallone, la discoteca, la cocaina, come ultime possibilità di socialità in un contesto vissuto come estraniante da tutti i punti di vista. Questa mia seconda traccia, tuttavia, vuole essere centrata sulla droga, ma ancor più che sulla droga come consumo, sulla droga e la cocaina, in particolare, come produzione, come fonte indispensabile dell’economia del Sud, sviluppata su basi criminali in particolare dalla camorra campana. Nella stessa inchiesta di Campetti gli operai abruzzesi dichiarano che per lo più la droga arriva da Napoli, attraverso i camion che portano in fabbrica componenti e materiale necessario alla produzione dei furgoni, da lì poi smerciate all’interno e all’esterno della fabbrica – fabbrica che gli stessi operai dichiarano a volte che per questo sembra più un supermercato che una fabbrica. La droga arriva da Napoli, appunto. In un articolo del Marzo 2007, Saviano ha descritto in modo preciso l’impero della cocaina gestito dalla camorra campana. «L’Italia è il paese dove i grandi interessi del traffico di cocaina si organizzano e si strutturano in macro – strutture che ne fanno uno snodo centrale per il traffico internazionale e per la gestione dei capitali d’investimento. L’azienda coca è senza dubbio alcuno il business più redditizio d’Italia. La prima impresa italiana, l’azienda con maggiori rapporti internazionali. Può contare su un aumento del 20% di consumatori, incrementi impensabili per qualsiasi altro prodotto. Solo con la coca i clan fatturano 60 volte quanto la Fiat e 100 volte Benetton.» La questione della droga a volte emerge alla ribalta dell’informazione in caso di arresti eclatanti, poi riscompare di nuovo viene risotterrata e si lascia risotterrare, fino a che poi qualche nuovo dato non viene alla luce. La droga come sistema economico potente alla base dell’economia meridionale e nazionale, in grado di fondarsi su una richiesta crescente e diversificata, su un nuovo rapporto generatosi nella società italiana con la droga, con la sua nuova diffusione negli ultimi decenni in provincia e fra giovanissimi, come abbiamo appena visto, sul luogo di lavoro come nei luoghi di svago dal lavoro, come la discoteca o ciò che rimane della piazza la sera dei giorni di festa. Esistono da questo punto di vista dei dati sconcertanti: in Italia l’80% delle monete risulta tracciato di coca, e le sole fogne di Firenze ne contengono più residui di quelle di Londra. Il lato economico della vicenda, tuttavia, è quello centrale: lato che la inserisce al centro d’ogni discussione possibile sulla questione dell’economia meridionale e nazionale, che lega l’economia campana illegale della droga a quella campana più ampia, l’economia del meridione a quella dell’intero paese, l’economia nazionale al commercio internazionale nel quadro delle nuove forme di economia parassitaria delle macro regioni del Sud del mondo. La valorizzazione dei capitali, così, tramite l’investimento nell’illegalità della droga è alla base dell’investimento in attività legali, in flussi di denaro, commercio, aziende, come testimoniato anche dalle parole che Saviano riporta nel suo articolo del colonnello Maruccia «Le ultime indagini dimostrano che Napoli è uno snodo centrale del traffico internazionale di coca, ma anche un punto di partenza per il riciclaggio, il reinvestimento, la trasformazione della qualità del profitto del narcotraffico in qualità economica legale. Scoprire i traffici, i canali d’arrivo, le molteplici tecniche attraverso cui la cocaina e l’hashish giungono qui è un lavoro fondamentale, ma è solo la prima parte e forse persino la più semplice del lavoro. Sono le trasformazioni che dobbiamo capire: dobbiamo capire, come la polvere bianca diventi tutto il resto. Commercio, aziende, costruzioni, flussi bancari, gestione del territorio, avvelenamento del mercato legale [...]. Abbiamo di fronte la più importante azienda del territorio e temo non solo di questo territorio, anzi dell’intero paese. Quando si tratta di affrontare i problemi di Napoli non si tratta di rimanere entro i confini regionali [...] perché i percorsi partono e a volte terminano qui, ma coinvolgono i confini dell’intera nazione e spesso del mondo intero.»

La droga produce denaro. La droga produce soggettività. Altera il corso illegale dell’economia ed altera il livello di coscienza e di presenza della persona che ne fa uso. É l’elemento sostitutivo che prende il sopravvento su ciò che sostituisce. L’economia campana senza l’impero della cocaina non avrebbe il livello esistente di capitali d’investimento in altri settori, il cocainomane, dalla sua, l’elemento di stimolo al ritmo della sua giornata, del suo lavoro o del suo non lavoro. La difficoltà dell’economia e quella dello sviluppo della soggettività procedono insieme legate dallo stesso filo di un destino di subalternità alle economie, alle regioni, ai modelli, alla schiavitù d’una vita sociale che non si sviluppa realmente. La cocaina, infatti, è il mercato sicuro di una società insicura, che nell’assenza d’uno slancio naturale, ricorre al suo effetto nella corsa al fare di più, al non sentire il dolore, ad essere sempre pronti alla chiamata, alla richiesta sociale del lavoro o del consenso sociale degli altri individui. La cocaina, infatti, comincia a diffondersi di più dagli anni ottanta, dal riflusso dei movimenti di contestazione e del declino della partecipazione alla politica. L’evoluzione dei tipi di droga consumati è la stessa del sentire comune della possibilità d’agire e trasformare l’ordine di cose esistenti, la stessa dei modi di stare insieme nella comunità, quella della percezione della propria vita. Per quanto anch’essa possa essere utilizzata comunitariamente, la cocaina scardina il rapporto sociale. Scardina l’idea della droga come riduzione della tensione, apertura di spazi di creatività, distanziamento dalla consuetudine sociale. La cocaina – a differenza della marijuana – non è più la droga del miraggio dell’evasione; piuttosto è la droga dello stare dentro ma da alienati, la droga della corsa in auto, dello spettacolo, del lavoro notturno, della discoteca di provincia, e che paradossalmente avvicina nell’attuale società di massa, gli uomini della televisione agli stessi operai della Sevel. La cocaina è una droga della crisi post fordista della presenza, la droga dell’essere sempre pronti, mai pronti. Dell’essere sempre in attività sovraeccitata, non educando mai il proprio corpo e la propria mente al ritmo di lavoro – riposo, attività – riflessione sull’attività, dilazione del piacere – gratificazione. La droga che rompe il tempo naturale, la droga d’una prestazione, nel tempo della crisi della produzione, la cocaina è, in qualche modo, una droga produttiva. Una continuità e produttività perversa, che dalla mattina al lavoro continua la sera nello svago, continuità nell’assenza, continuità nella mancanza di realizzazione dentro e fuori il lavoro, alienazione senza più conflitto.

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L’ultima traccia che vorrei presentarvi molto brevemente, parte proprio da questo: il riflesso della società dello spettacolo nell’economia e nella vita degli individui del Sud Italia. Nel 2003 in Campania, interamente finanziato dalla regione con fondi europei, viene allestito il primo corso per diventare veline. La decisione promossa dalla giunta, dall’allora governatore Bassolino e dall’allora assessore al lavoro Gabriele, suscita una serie di polemiche. Tra gli articoli di quell’anno riprendo un estratto dal Corriere della Sera: «Una scuola per imparare a ballare gli stacchetti. Ed ancheggiare sui tavoli. E a sorridere, sempre e comunque. Prenderà il via a Frattamaggiore, nell’hinterland napoletano, il primo corso per veline interamente finanziato dalla regione Campania con i fondi europei. Al corso prenderanno parte 97 ragazze che saranno scelte attraverso un casting in piena regola. Una società partenopea organizzerà il successivo contratto di lavoro. Unico requisito richiesto, dicono gli organizzatori, è la bellezza. L’accordo si inserisce all’interno dei progetti Aifa che permettono alle aziende campane di ottenere finanziamenti europei per attività formative finalizzate all’assunzione. Un’impresa [First Tel] ha fiutato l’affare e ha proposto il corso per veline. Benedetto da Cgil, Cisl, Uil, perché le giovani soubrette avranno contratto a tempo indeterminato e paga sindacale». A sette anni di distanza sappiamo come la storia sia andata a finire. Al di là delle polemiche il corso si fece, l’impresa in questione ebbe i suoi finanziamenti, il suo amministratore delegato Vittorelli promise qualità della formazione e riconoscimento del titolo con assunzione di ciascuna partecipante con contratti a tempo indeterminato. Cgil, Cisl e Uil, d’altra parte, rispetto alla promessa di lavoro sicuro non alzarono alcuna obiezione. Alla fine del corso, invece, le ragazze non ebbero contratto indeterminato, ma determinatissimo e ridotto a sole dieci ore alla settimana. La regione , solo dopo due anni, attraverso Gabriele si rese conto della truffa e revocò i finanziamenti, prendendo le distanze dalla First Tel rispetto a cui prima aveva garantito. Insomma, storie da ordinaria gestione politica in Campania.

Prendendo un po’ di distanza dal caso singolo, quello che rimane è il dato economico e culturale. Gli investimenti realmente produttivi mancano per via della competizione su scala internazionale, quelli destinati alla cultura vengono tagliati perché considerati inutili e improduttivi, oltre che poco attraenti per i flussi di denaro attuali, il bilancio pubblico già disastrato in particolare per le spese di sanità e amministrazione si lancia in improbabili finanziamenti a formazione in lavori dell’ultima generazione da società dello spettacolo, soubrette, veline, presentatori, giornalisti sportivi, curatori d’immagini. Le poche risorse disponibili vengono messe alla mercé della marginalità sociale trasformata in vetrina da avanspettacolo mediatico, in quella stessa speranza del successo dei numerosissimi concorrenti provenienti dal Sud per il Grande Fratello, nell’illusione di salvarsi attraverso il proprio corpo, naturale o riplasmato che sia. Ogni giorno basta accendere la televisione e seguire uno dei vari talk show che popolano le reti pubbliche e private da metà degli anni novanta.

C’è una maggioranza incredibile di partecipanti e spettatori provenienti dal Sud. Donne, in particolare, ma non solo. I meridionali, e in particolare i napoletani, trovano uno spazio immenso nei programmi alla Maria De Filippi. Contratti d’assunzione temporanei ma invitanti economicamente, e poi l’immagine, essere nel mondo in cui tutti ti vedono, divenire riconosciuto per le strade dei propri quartieri che la desolazione quotidiana ha reso invivibili, dopo una comparsa a Milano negli studi, essere passato, in qualche modo, attraverso lo schermo, dall’altra parte. Speranza di lavoro, speranza di vita. Pubblico e privato, apparenza e essenza, immagine e verità: tutto questo è superato dal dominio della televisione e della società dello spettacolo. Guadagnare e insieme anche poter essere qualcuno, qualcosa, consistere, avere una posizione in una società sempre più disgregata, senza riconoscimenti di capacità per la maggior parte degli individui. Illusione di uscire dalla quotidianità attraverso una trasgressione, emergere da quella che DeRita nell’inchiesta del Censis del 2009 ha chiamato la mucillagine sociale, un terreno friabile fatto di sentimenti familistici e di appartenenze incerte, senza più ideali per le scelte e gli stili di vita. Il post fordismo alla meridionale è fatto anche di questo, della speranza e dell’illusione, che si possa uscire dalla propria quotidianità scadente senza un progetto, ma con un colpo di fortuna, un aiuto al momento giusto, la conoscenza che cambia la vita, semplicemente sulla base di quello che si è – quello che si è nel senso di ciò che si è senza essere in effetti nulla, ciò che si è soltanto con il proprio corpo, su cui, si riporre speranze e investimento.

Vorrei citare un piccolo aneddoto, per arrivare a concludere. Una volta una mia parente partecipò ad una trasmissione di questo tipo, «Al posto tuo», su una rete pubblica, il cui titolo è già una bella presentazione a proposito di ruoli sociali. I partecipanti a quelle trasmissioni – come tutti sanno – fingono una parte, fingono conoscenze con altri che in realtà non ci sono, fingono tutta una loro storia relazionale. Però il nome lo mantengono, così come alcune caratteristiche di vita, tipo titolo di studio, lavoro, forse in modo da mantenere una sorta di credibilità per chi le conosca nella realtà, o forse per metterle davvero al posto loro, in modo da fingere completamente una vita, sentendosi però ugualmente se stessi. Una nostra zia in comune di tutta un’altra generazione era davanti alla televisione insieme con me che, invece, ero abbastanza più piccolo; mentre io ero stranito, lei era arrabbiata, arrabbiata di come sua nipote si facesse trattare dagli altri in quella trasmissione, da come gli altri le rivolgessero la parola, a lei che era figlia di due medici d’un certo livello. Per lei quella era realtà, non poteva che essere solo la realtà. Se certe cose venivano dette, fatte, e per di più rappresentate in televisione non potevano che essere vere. Il piano della finzione istituzionalizzato a naturalezza dalla società dello spettacolo non le apparteneva. Veniva comunque assorbito da quello della realtà, più forte, immodificabile. Era nata troppo presto, in un luogo e in uno spazio della provincia di Caserta appena industrializzata, e la televisione l’aveva conosciuta quando aveva già una certa età. Per lei la realtà non veniva azzerata da una telecamera. Per sua nipote, invece, come per chiunque altro partecipi a questo tipo di cose, il piano della realtà, all’inverso, poteva benissimo essere assorbito da quello della finzione. Mettersi al posto proprio e dichiararlo pubblicamente attraverso uno strumento di massa, dicendo e spacciando di sé cose false non era un problema. Era una fonte di guadagno, una sfida, un mettersi in gioco, addirittura. Dove sarebbe, d’altra parte, il problema? Le cose, insomma, sono andate cambiando velocemente nella società italiana, nell’economia e nel tipo più generale di relazioni sociali.

Quest’ultima breve e senz’altro superficiale traccia ci può portare, infatti, lontano, se approfondita, rivolta verso il nostro futuro. Il futuro già presente della società dell’improduttività della merce, e della produttività della mercificazione di ciò che originariamente – e in qualche modo – costitutivamente, non era e non può essere merce. Il corpo nudo, la propria individualità privata, la propria personalità, il proprio carattere, la propria sensibilità. Così, in conclusione, possiamo dire che il sogno del Sud come luogo del turismo del sole e del mare, degli uomini e delle donne della televisione, dell’arte di arrangiarsi declinata in tempi di spettacolarizzazione di massa, fa il paio con quello, ben più strutturale, radicato e preoccupante, di cui anche credo Antonio ci parlerà e come in parte all’inizio ho provato a fare anche io, della trasformazione del Meridione in una terra d’appoggio, un’appendice improduttiva e culturalmente atterrata, una semplice base logistica per il Mediterraneo, una terra di passaggio – come in fondo la geografia sembrerebbe destinarla – passaggio però non più per movimenti e scambi culturali, ma per quello delle multinazionali europee che hanno dislocato la loro produzione, delle basi logistiche della Nato e degli Stati Uniti addestrate al controllo geopolitico internazionale, e per quello autoctono dei traffici illegali dei mostri delle economie mafiose.

 

GIUGNO 2010

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