Città Future

Frammenti di libri per riflessioni urbano-logiche

Da Vito Teti, Il senso dei luoghi - Brancaleone

1951. La morte annunciata di un paese?

Nel 1951, a seguito della grande alluvione di ottobre, si verifica l’abbandono del «paese antico». L’ultimo secolo di storia della vita di Brancaleone Superiore, segnato dalla discesa lungo la costa, dall’emigrazione, dai terremoti, sembra la cronaca di una morte annunciata, di una morte inevitabile e voluta. L’alluvione, pure devastante, appare l’esito, la presa di atto, di un destino da tempo segnato. Alla fine del Settecento Brancaleone aveva 550 abitanti, 772 nel 1852, 1323 nel 1871 e 413 nel 1951. L’alluvione diventa il pretesto per portare a compimento un’erosione in corso, i cui esiti però non erano scontati. 

«I suicidi sono omicidi timidi…», scrive Pavese il 17 agosto 1950 e questa amara constatazione pare applicabile anche alla vita dei paesi e delle comunità. Il «suicidio» del vecchio paese appare l’esito di tante, lente, sottili azioni omicide, a cui gli abitanti non sempre sanno opporsi, talvolta non sanno sottrarsi. Succede a Brancaleone Superiore quello che avviene in altri paesi alluvionati (Africo, Badolato, Nardodipace) all’inizio degli anni cinquanta.

L’abbandono, ora totale ora parziale, è facilitato dallo spostamento che da tempo era avvenuto lungo le coste o in altre parti d’Italia e del mondo. L’alluvione colpisce i paesi nel periodo del grande esodo, lo rafforza, lo legittima. L’alluvione avviene nel periodo in cui da Brancaleone Marina e da quello Superiore si parte verso il triangolo industriale, verso la Francia e la Germania.

L’alluvione, lo vediamo più volte in questo volume, diventa una sorta di mito dell’abbandono dei luoghi e di fondazione di altri. La fuga diventa una scelta dolorosa per popolazioni che vivono in isolamento, in precarietà, ormai soggette a un regime di assistenza. Carteri non ha dubbi né sul fatto che il trasferimento potesse essere evitato né sulle responsabilità delle classi dirigenti per l’abbandono del paese. L’alluvione non produsse, secondo molti, dei gravi danni a Brancaleone. Le persone ricordano che piovve per quindici giorni di seguito, in maniera insistente, però dicono che dei veri e propri danni non ci sono stati.

Questo fa dire allo studioso di Pavese che lo spostamento è stato una «scelta sbagliata», un «errore storico» delle classi dirigenti e delle famiglie benestanti. 

L’alluvione in pratica fu un pretesto per la classe dirigente di allora di accelerare la discesa verso la marina. L’errore storico delle famiglie che allora dominavano è stato quello di avere allettato la povera gente con mille promesse e mille sogni. Si assiste allora, come ricordano molte poesie popolari, alla distribuzione gratuita di provole e mortadelle nei campi alluvionati. L’allettamento e il foraggiamento statale non avvennero soltanto con interventi a livello assistenziale, con sostegni di tipo alimentare, ma realizzando delle case, piccole, male costruite, che non avevano una dignità abitativa, e che oggi sono lì a testimoniare proprio quelle cose fatte in fretta per attirare una popolazione che veniva da una condizione di povertà.

L’emigrazione degli uomini è stata anche una delle ragioni che ha spinto le donne rimaste ad accettare l’allettamento della classe dirigente del tempo ad abbandonare il vecchio borgo. Soltanto poche famiglie resistono fino al 1958. La mia è l’ultima famiglia a lasciare il paese. [...].

Ricorda, Carteri, come nel corso degli anni settanta, anche in coincidenza dell’interessamento che c’è stato per Badolato ed altri centri in abbandono o abbandonati, si sia parlato di un certo, parziale, recupero del vecchio borgo. Qualcuno definisce la zona di Brancaleone «la Taormina della costa ionica» per la sua posizione, per gli spazi belli che offre da Punta Stilo a Capo Spartivento e soprattutto per i luoghi ricchi di storia e di mito. E pensa che un vecchio legame con il paese potrebbe essere stabilito restaurando la chiesa costruita nei primi decenni del Novecento, subito dopo il terremoto, che sorge sull’antico convento di Sant’Antonio, nella zona meno diroccata del paese.

Negli ultimi tempi gli amministratori locali appaiono impegnati in un’opera di valorizzazione del territorio, nella quale rientra un possibile recupero del vecchio abitato e l’individuazione di itinerari. Una strada, l’illuminazione e la costruzione di un teatro sono stati immaginati dal sindaco Domenico Malara, sempre presente nelle iniziative su Pavese e sulla storia e le tradizioni di Brancaleone. Si deve anche a lui e al parroco l’iniziativa di svolgere la processione della Madonna dalla chiesa dell’Annunziata del vecchio abitato fino Brancaleone Marina. [...] Nello stesso tempo si ipotizza il recupero di alcuni luoghi pavesiani, primo fra tutti la casa del confino, e si parla della creazione di un parco letterario da mettere in relazione con i luoghi di origine dello scrittore piemontese, con le Langhe, con Santo Stefano Belbo. Si parla della costituzione di una biblioteca a lui intitolata. I rapporti tra le amministrazioni comunali di Santo Stefano e di Brancaleone sono sempre intensi e frequenti. [...]. Ed è singolare notare come una rinascita, una ricomposizione del territorio siano affidate alle memorie di un paese mobile, inquieto, abbandonato, quasi suicida, e al le costruzioni letterarie di un poeta inquieto, melanconico, suicida, che per caso incontrò Brancaleone e mai più se ne liberò.

IX. Badolato

1. I luoghi doppi della costa ionica.

La modernità totale, radicale, è possibile soltanto nei luoghi come l’America, senza passato, senza storia. L’Europa, con la pesantezza della sua storia, non sarà mai, fino in fondo, moderna. [...] Una lunga, insanabile frattura esiste, almeno lungo le marine, tra la «Calabria classica» e la Calabria dalle spiagge desolate e abbandonate. Luoghi come questi, quasi disabitati fino a cinquant’anni fa, si presentano con la sfrontata, perduta verginità dei luoghi senza storia. Dentro questi luoghi, qualcuno dice non-luoghi, più che nei paesi dell’interno, è possibile pensare, scorgere, progettare una sorta di modernità, di surmodernità. Se la modernità americana è nata nei deserti, la Calabria moderna, la nuova Calabria, almeno quella urbanistica, sembra essere nata in zone fino a poco tempo fa deserte e desolate. Lungo le marine calabresi (ma non solo lungo le coste), un tempo malariche e mortali, tutto è nuovo. Tutto appare nuovo: l’ambiente, il paesaggio, le case, le strade, gli agglomerati. I rapporti economici, le relazioni sociali, gli scambi culturali avvengono tra individui provenienti da paesi diversi e lontani, tra persone arrivate da località storicamente distanti e separate. In centri costieri come Soverato, nuova appare la lingua (un nuovo dialetto, o un italiano con un nuovo accento), prodotto di un singolare incontro di parlate diverse. [...]

Il viaggiatore che li attraversa, è attirato, talvolta impressionato, dalle file di case tutte uguali, dalle piazze e dalle chiese quasi identiche, e potrà pensare con un po’ di fantasia alla «frontiera» americana. Le lunghe teorie di strade-paesi delle coste ioniche, i nuovi agglomerati nati come doppi dei paesi interni, ricordano le interminabili rotabili della provincia americana. Mi guardo bene intorno: sono in una sorta di «nuova frontiera» calabrese. Una nuova frontiera disordinata, incompiuta, fatta di cemento inutilmente sprecato, di scempi edilizi, di devastazioni, spesso di interessi ’ndranghetisti, ma sempre una nuova frontiera, animata da tante speranze, almeno nel momento in cui nasceva. Le cento «Paris-Texas» o «Venice-California» qui si chiamano Soverato Marina, Marina di Davoli, Sant’Andrea Ionio Marina, Isca Marina, Badolato Marina, Santa Caterina dello Ionio Marina, Guardavalle Marina, Monasterace Marina, Riace Marina, Caulonia Marina, Roccella Ionica, Marina di Gioiosa Ionica, Siderno, Locri, Ardore Marina, Bovalino, e poi Bianco, Marina di Sant’Ilario, Africo, Brancaleone. Lungo le marine si è verificata la ricostruzione e la reinvenzione dei paesi dell’interno. Più volte ho pensato a questi posti come a una sorta di nonluogo, di luoghi senz’anima e senza identità, ma molte volte, poi, mi accorgo che anche questi posti anonimi tendono ad affermarsi come luoghi.

Per molti versi sembrerebbero i paesi dell’interno, sempre più vuoti, i veri non-luoghi della Calabria, ridotti ad ombre, a spazi vuoti, a crogiuolo di case disabitate.

A pochi chilometri da Soverato, superata una teoria di centri costieri costruiti di recente, tutti simili e con un’improbabile fantasia urbanistica, doppi degli antichi paesi-presepe dell’interno, la statale 106 ti propone la strada che da Badolato marina conduce a Badolato superiore. Dopo molte curve che tagliano una campagna gialla e assolata, dolcemente degradante verso il mare, l’antico paese ti appare inatteso, improvviso come un fantasma, inconfondibile con le sue case, i suoi palazzi, le sue chiese, i suoi vicoli che si attorcigliano a una collina e si tengono stretti come per paura di essere trasportati via da qualche malefica entità.

Anche Badolato, borgo medievale (nato, quasi certamente, per volere di Roberto il Guiscardo intorno al 1080, ma anche da queste parti sono presenti insediamenti di epoca bizantina e anche dell’età antica e, quasi sicuramente, di epoca preistorica) di struggente bellezza, dagli inconfondibili lineamenti paesaggistici e architettonici, è un altro paese metafora dell’abbandono, della rovina, della fuga, delle speranze di tutta la Calabria, dell’intero Mezzogiorno. [...]

Vincenzo Squillacioti, studioso di storia locale, direttore e animatore di «La Radice», una delle più riuscite riviste di comunità (trimestrale che esce ormai dal 30 aprile 1994), mi racconta, in un incontro del febbraio 1999, come in realtà il tarlo della fuga e dell’abbandono fosse preesistente all’alluvione e come non costituisca altro che un pretesto per portare a compimento, per dare legittimità, a un processo di mobilità già in corso. [...]

L’emigrazione di fine Ottocento e quella successiva alla seconda guerra mondiale avevano innescato elementi di mobilità e di modernità nel paese. [...]

Un’altra ragione profonda dello spopolamento di Badolato e di altri borghi vicini è data dalla prossimità alla fascia costiera, che ha facilitato e reso possibile lo spostamento. [...]

C’era la marina, c’era la linea ferroviaria, c’era il mare, c’era la statale 106 e quindi, ricorda Squillacioti, «anche noi badolatesi siamo scappati dal nostro borgo, quindi possiamo trovare le motivazioni storiche e politiche, ma siamo responsabili anche noi dell’abbandono». L’abbandono del borgo antico determina, dagli anni sessanta agli anni novanta, la nascita di tre o quattro Badolato.  Alla fine dello scorso secolo il borgo vecchio ha circa 650 persone, nel 1951 ve n’erano circa 4450. A Badolato Marina vivono adesso oltre 2000 persone ed è, mi spiega il professore, un centro che comincia a dare buoni risultati sul piano della crescita civile e culturale; e poi ancora abbiamo «la Badolato in Svizzera dove vi sono circa 700 badolatesi, e abbiamo un’altra Badolato a Rho in provincia di Milano, di oltre 500 persone». Ma una piccola Badolato c'è anche a Buenos Aires. La dilatazione e la proliferazione di Badolato comportano un declino progressivo dell’antico borgo. [...] 

Mi compiacevo di quelle case e di quei palazzi, mi commuovevo alla vista dei tre pini alla sinistra della chiesa di San Domenico, e continuavo a domandarmi come mai la gente se ne fosse andata da Badolato, come mai avesse scelto quelle case piuttosto brutte e anonime, magari più comode, lungo la marina, come mai avesse rinunciato a una vista che era unica. Provavamo ad elencare le possibili ragioni di una scelta tutto sommato non traumatica: comodità, servizi, vicinanza al posto di lavoro, alle scuole, ai centri commerciali. Ma la risposta che allora ci davamo con Peppe Fazio e con Bruno Fabrizi era che no, non c’era nessuna vera, concreta ragione per lasciare un angolo di storia e di bellezza e scendere in un posto tutto sommato brutto. Dicevamo che era il mito della comodità, dei consumi, della moda a determinare spesso l’abbandono dei paesi interni.

[...] Immaginavamo come riempire quelle case disabitate che un tempo avevano accolto famiglie di dieci-dodici persone, ipotizzavamo come potessero essere assemblate e recuperate tenendo conto delle esigenze di oggi, come potessero essere riscaldate, diventare più spaziose. [...].

2. Un paese in vendita.

[...] In realtà sono arrivate a Badolato, secondo un calcolo fatto nel 1995, ottanta famiglie provenienti dalla Svizzera, dall’Austria, dalla Germania, da Napoli, da Milano: hanno comprato casa. Vi sono a Badolato superiore 80 case comprate da gente venuta da fuori e restaurate nel modo migliore, perché è gente molto attenta alle tradizioni culturali e alla conservazione dell’architettura urbana del paese». [...].

A Badolato superiore, dice il professore, non si «vive molto purtroppo, si vegeta e anche i nostri sforzi di associazioni culturali rimangono sforzi vani in mancanza di un progetto politico e culturale degli enti pubblici».

Negli ultimi tempi, inimmaginabile, improvvisa, una speranza, quasi un segnale, un suggerimento, è arrivata da lontano, da luoghi impensabili e da storie sconosciute. È giunta dal mare.

5. Uno sbarco di curdi.

[...]. È stato un fatto nuovo, insieme emozionante e affascinante, constatare lentamente come una terra in cui la fuga, nel corso di una lunga e controversa storia, è diventata un tratto costitutivo dell’antropologia dei suoi abitanti, sia stata «scelta», spesso per caso, ad accogliere e ad ospitare altri popoli in fuga. È come se il Mediterraneo, dopo lunghe traversie, abbia voluto restituirci i volti, le richieste, le ansie, le paure, le speranze delle centinaia di migliaia di emigrati che dalla fine dell’Ottocento hanno lasciato la Calabria per cercare un mondo nuovo, l’America. Per le migliaia di migranti mediterranei che, come gli antichi coloni greci e gli eroi omerici, cercavano una prima accoglienza lungo le coste dello Ionio (con la complicità di governanti, avventurieri, mediatori, trafficanti d’ogni genere, di mafie dei paesi di partenza e probabilmente di arrivo) la Calabria doveva avere avuto le sfumature dell’America. Ma dell’America di allora, la Calabria (e naturalmente l’Italia) non ha rivelato la capacità di costruire un nuovo mondo con l’apporto di esperienze nuove, non ha avuto l’ambizione di offrire un lavoro dignitoso a quanti hanno bussato alla sua porta, non ha saputo elaborare un progetto compiuto e aperto di rinascita delle economie e della cultura dei tanti paesi in abbandono.

Da Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela: esercizi di paesologia

Castelnuovo, Santomenna, Laviano

Ai tempi del terremoto li citavano sempre insieme: Laviano, Santomenna, Castelnuovo di Conza. Furono i paesi della provincia di Salerno più colpiti. Li ho visti in forma di macerie e adesso li rivero completamente ricostruiti. [...].

Immaginate una tovaglia, è come se tutto fosse apparecchiato nei lembi, il centro è vuoto. Forse è stato proprio questo vuoto del centro che mi ha avviato alle prime considerazioni paesologiche, ma a castelnuovo è veramente clamoroso. [...].

Ho visto situazioni simili tante volte, ma qui è davvero stupefacente. Penso che gli amministratori della Regione debbano una volta per sempre porre mano al problema dello squilibrio abitativo tra queste zone e quelle costiere. Non è possibile andare avanti così, con il forno dello spopolamento contrapposto a quello della calca. Nessun politico campano può illudersi di apparire illuminato se non pone rimedio a questo criminale uso del territorio. Vedo case ricostruite pure con un certo gusto, i colori degli infissi e degli intonaci ben curati, un lavoro ben fatto, ma il risultato è che la gente si è messa dove il paese è meno ripido e hanno fatto uno stadio in cui ci può stare il doppio della popolazione e stanno costruendo una chiesa che sembra una torta nuziale. Tutti vogliono la casa lontano dai vicoli, dove passa la strada, dove non ci sono vie anginose, dove non ci sono scale, dove il paese è slogato, sciolto e non ci sono altre case vicine. Il tetto come teca cranica, questo è il neuroabitare, dove ogni casa è un mondo. [...].

Vado a Laviano. Qui vari stili architettonici: Austria, condominio turco, Guatemala. Ma oggi il sole mi aiuta a non disperarmi, è la prima volta che guardo questo paese con il sole e questo mi fa ammirare la bellezza del paesaggio, la bellezza del paesaggio assorbe la bruttezza del paese, la riduce. [...]. Quelli che passano in macchina hanno regolarmente una sigaretta in bocca. Più che di residenti io parlerei di rimanenti. Paesi di emigrazione. Si parla di tutto quanto, si parla della recente storia italiana, ma si parla assai poco di emigrazione. In certi paesi è l’unica cosa che è avvenuta, andare via era l’unico modo di mettersi in regola con la storia. Se ne andavano trecento persone all’anno, un vero e proprio esodo a cui non ha mai fatto seguito un controesodo. [...]. Adesso penso che un paese con una forma anche se è svuotato ti dà sempre un qualche ristoro. Questi tre sono vuoti e non hanno nulla di antico, in fondo sono stati costruiti negli ultimi vent’anni, si sente che le pietre, gli intonaci, gli infissi non sono stati tanto tempo sotto il sole o le intemperie, insomma un paese assai più giovane dei suoi abitanti è una cosa strana, un paese giovane e vuoto è diverso da un paese antico e vuoto.

Riflessioni urbano-logiche a partire dal Senso dei Luoghi di Vito Teti

La riflessione necessaria qui è che gli abbandoni dei paesi interni, tra gli anni '50 e '60 del Novecento, raccontati sempre come fatalità in qualche modo legate ad eventi climatici e franosi e perciò estranei alle volontà politiche dei soggetti protagonisti di quelle vicende, sono in realtà frutto di scelte precise, operate dagli strati sociali dominanti sulla pelle degli strati sociali subalterni. Questi con l’abbandono delle proprie case nei centri storici hanno subito un doppio esproprio, prima quello appunto della propria casa, lasciata a se stessa sul cucuzzolo del monte o della collina su cui esisteva da generazioni, poi quello della propria indipendenza economica, una volta accettato forzosamente, con il trasferimento e la propria deterritorializzazione, il giogo dell’affitto della nuova casa, alle marine, sorte in Calabria negli anni sessanta e settanta oppure, che è lo stesso, nelle nuove case dei nuovi paesi, anche fuori dall’Italia e costruite in massa negli anni del boom edilizio ed industriale post bellico nelle periferie di tutto il mondo. Il sacrificio degli antichi centri minori (meridionali) è servito a costruire le nuove periferie in cui stipare il nuovo proletariato urbano sradicato dai luoghi di provenienza, cioè deterritorializzato. Con l’abbandono del proprio paese, si esplicita un fenomeno che altrimenti resta relativamente sotto traccia: la rinuncia alla proprietà, così sacra anche per la Costituzione, allora ancora giovane, ma evidentemente non tanto sacra se povera e di ostacolo alla mobilità completa della forza lavoro, la quale con quest’ultimo passaggio si rende anche letteralmente proletaria. Il capitalismo ha spezzato, e continua a farlo permanentemente, il legame dei soggetti appartenenti agli strati sociali subalterni con il proprio luogo di origine (e con la loro proprietà di famiglia) con questo rendendoli economicamente e socialmente assoggettati alle concentrazioni di capitale nelle aree territoriali a tal fine precostituite, soprattutto le pianure (in prima istanza del Nord Italia e comunque di uno qualsiasi dei nord economici del mondo).

La deterritorializzazione nel capitalismo si configura come un’enorme de-localizzazione di forza lavoro, in cui la delocalizzazione risponde al doppio fine di concentrare, da un lato, la forza lavoro nelle agglomerazioni industriali, dall’altro, di prelevare dalla forza lavoro gran parte del suo potere d'acquisto sotto forma di canone di locazione, o mutuo bancario, riproducendo un meccanismo tipico dell’era pre capitalistica: il prelievo di valore che in origine avveniva direttamente a partire dai prodotti frutto del lavoro nei campi, cioè dalla terra e non dall’affitto di casa e il quale per la classe abbiente rappresenta, oggi come allora, niente che meno di una rendita fondiaria, prima estorta coattivamente, oggi ceduta volontariamente e in qualche modo automaticamente (un po’ come succede con il plusvalore che il lavoratore salariato cede automaticamente al suo datore di lavoro). La deterritorializzazione delle masse proletarie è la precondizione della messa a valore della rendita fondiaria, che in assenza di grosse concentrazioni di persone resta solo potenziale ed inespressa.

Questa deterritorializzazione avviene continuamente, ancora oggi, e anche in modo più violento di come avvenuto nel meridione d’Italia negli anni ‘50 e ‘60 del ‘900, basti guardare cosa accade oggi nel Mediterraneo alle popolazioni provenienti dall’Africa o dal medio-oriente, senza dover andare lontano. La deterritorializzazione dei soggetti (Deleuze e Guattari) è anche il movimento parallelo che determina la loro deculturazione (Herskovits - perdita o trasformazione delle tradizioni culturali originarie sotto l’imposizione di una cultura dominante, Cassano) al punto che probabilmente la deterritorializzazione è sempre anche una deculturazione dei soggetti che la subiscono. La deterritorializzazione, se non “consensuale”, come avvenuto da parte delle popolazioni meridionali italiane nel dopoguerra, può assumere forme di violenza disumana e lo si vede ad esempio oggi nella Striscia di Gaza, dove il Capitale israeliano sperimenta la guerra, contro quelli che sarebbero cittadini dello stesso Stato, come esproprio etnico su vasta scala. Qui lo spossessamento dei palestinesi ha proprio il fine dichiarato di indurre un intero popolo, con le buone o con le cattive, all’abbandono della propria terra, che significa rinuncia alla proprietà palestinese di Gaza.

Il movimento de-territorializzante, che si è manifestato plasticamente, soprattutto nel Sud Italia a partire dagli anni ‘50 del ‘900, per restare alle questioni più nazionali, con la discesa dalle alture e l’urbanizzazione selvaggia delle pianure, ha avuto degli attori precisi rappresentati dall’onnipresente partito dei costruttori e degli imprenditori del cemento. Si tratta di un partito potentissimo (si veda il capolavoro, ormai un classico del cinema, di Francesco Rosi Le mani sulla città del 1963) che oggi usa la politica istituzionale per approvarsi direttamente le leggi urbanistiche regionali a proprio uso e consumo (di suolo) come fatto ad esempio in Emilia Romagna, più recentemente in Campania o con il cosiddetto Salva-Milano. La vicenda raccontata da Teti in riferimento, ad esempio, a Brancaleone è da considerarsi emblematica del più vasto movimento di deterritorializzazione che colpisce oggi le masse migranti. L'innesco di questo abbandono dei luoghi d’origine, (che è un fenomeno capitalistico, cioè recente e contrario all’indole dell’essere umano), c’è la dinamica della concentrazione coatta delle popolazioni in agglomerazioni che di urbano, nel senso buono, non hanno più neanche la forma esteriore. Ma tale movimento di deterritorializzazione è tanto più assurdo se si considera che la concentrazione urbana è simmetrica allo spopolamento al limite dell’insostenibile dei territori interni, oggi divenuti periferici. I soggetti che abbandonano i propri luoghi di origine sono sottoposti al deprezzamento delle loro proprietà, ma anche al relativo deprezzamento della propria forza lavoro, la quale vale sempre di meno in rapporto ad un mercato dei fitti drogato dalla loro stessa presenza in aree troppo popolate. All’espulsione delle persone dai propri luoghi di origine si somma, alla fine, la loro espulsione anche dalle zone centrali delle grosse agglomerazioni urbane. Si pensi, in tal senso, al fenomeno della cosiddetta gentrification. Nessuno oggi ricorda che negli anni ‘80 in Italia la gentrification era efficacemente contrastata dall’Equo-canone, in seguito abolito per dare spinta alla liberalizzazione, incontrollata, del mercato immobiliare.

In questo ambito sembra tornare utile una categoria utilizzata in modo illuminante da Franco Cassano nel suo Pensiero Meridiano, quando indicava nella “misura” il contrasto possibile allo squilibrio che il capitalismo introduce continuamente nei fenomeni sociali, economici, e nel caso che ci interessa particolarmente, urbani, come quella della dis-misura spaventosa delle attuali agglomerazioni urbane asiatiche e la simmetrica desertificazione sociale di ambiti che fino ad epoca recente erano urbanizzati, e dunque presidio di civiltà, come i piccoli centri calabresi enumerati da Teti nel suo Il Senso dei luoghi, che rappresenta una vera e propria “geografia dell’abbandono”. La dismisura, ad esempio, delle aree industriali che superano quasi ovunque l’estensione della città di cui costituiscono insediamento produttivo e lo squilibrio evocato da Franco Arminio quando dice: «Penso che gli amministratori della Regione debbano una volta per sempre porre mano al problema dello squilibrio abitativo tra queste zone e quelle costiere. Non è possibile andare avanti così, con il forno dello spopolamento contrapposto a quello della calca».   

La dismisura, anche economica, lo sviluppo diseguale, tra le differenti condizioni di vita, che il capitalismo erige a propria cifra distintiva e che genera i divari astronomici tra le aree del pianeta considerate sviluppate e quelle considerate sottosviluppate, trovano a volte i loro cortocircuiti in Calabria dove il Mediterraneo mostra le possibilità dell’incontro e della comunione dei popoli e le potenzialità dell'integrazione non solo delle culture ma proprio tra due complementarità che si fronteggiano, vale a dire il vuoto dei centri urbani di una volta oggi divenuti periferici, quando non del tutto abbandonati, e la linfa vitale costituita da chi è costretto a lasciare i propri luoghi d’origine e che quei vuoti potrebbe riempire. Prima che a Riace una piccola parte di curdi, il popolo senza patria per antonomasia, è approdata a Badolato innescando la grande speranza che questa casualità geografica potesse farsi modello di accoglienza ed economico per dare una prospettiva alle nostre aree interne. Quella stessa speranza è in seguito divenuta il motore di un movimento molto più esteso capeggiato da Riace e dal suo sindaco, che ha dovuto subire, in questo paese molto strano, un processo, rischiando 13 anni di galera per averla creduta possibile.

Restanza e reddito di cittadinanza - Indennità di restanza

Franco Arminio dice: «Più che di residenti io parlerei di rimanenti. Paesi di emigrazione. Si parla di tutto quanto, si parla della recente storia italiana, ma si parla assai poco di emigrazione. In certi paesi è l’unica cosa che è avvenuta, andare via era l’unico modo di mettersi in regola con la storia. Se ne andavano trecento persone all’anno, un vero e proprio esodo a cui non ha mai fatto seguito un controesodo. [...]».

Saviano invece, a tal proposito, ha realizzato uno spettacolo teatrale (che letterariamente si colloca quindi nel solco delle geografie dell’abbandono), in collaborazione con Mimmo Borrelli e passato anche sulla Rai con il titolo di Sanghenapule, in cui l’emigrazione dal sud Italia diventa il dissanguamento del territorio, del corpo-paese.

Ma come si approccia un’inversione di tendenza a questo dissanguamento prima che sia troppo tardi? è mai possibile che nessuno se la sente di abbozzare una proposta? Il territorio è un corpo che necessita di cure, possibilmente umane. Se le persone non ci sono, perché sono sparite, de-localizzate non possono più curare il territorio e quello torna allo stato selvatico. Ma allora se il territorio è una risorsa per l’uomo si capisce bene che il rapporto è reciproco, per cui anche le persone sono una risorsa per il territorio, sono il sangue di cui questo corpo ha necessità per vivere. La cura del territorio, e dunque la sua messa a valore, non può esistere con l’abbandono del territorio. Ecco allora che si deve avere il coraggio di dire che lo Stato deve, perché può farlo per il suo stesso bene, organizzare la relazione tra abitanti e territorio sul principio del contrasto del fenomeno dell’emigrazione (si legga de-localizzazione forzosa di forza lavoro), anche interna (considerata cioè nell’ambito nazionale). Se si capisce che il mercato, in base ai meccanismi della de-localizzazione della forza lavoro e della conseguente riallocazione territoriale della rendita fondiaria, è indifferente rispetto all’equilibrio dell’ecosistema uomo-territorio, che esso introduce continuamente dismisura in questo rapporto, bisogna individuare delle forme di compensazione dei meccanismi di mercato prima che questi portino all’abbandono completo delle aree interne, che già da più di mezzo secolo sono in fortissima sofferenza (o anemia). Nei testi di Vito Teti più recenti si delinea una soluzione al problema dello spopolamento, o se si vuole, al dissanguamento sociale del Meridione interno e tale soluzione, anche se non detto in termini espliciti, è indicata nella “restanza”. La restanza però è un suggerimento, un’inclinazione che individualmente si vorrebbe suscitare nelle persone che continuano a partire dal Sud o dai piccoli paesi verso le grandi città e metropoli, anche fuori dall’Italia. Il problema è che se la restanza non diventa anche una prospettiva di lavoro, di vita, che come conseguenza indiretta ha la cura del territorio come risultato automatico, se cioè non restituisce alla persona il valore che la sua permanenza sul territorio di fatto realizza, in un’economia di mercato, che milita naturalmente in senso contrario alla restanza, essa è condannata ad essere una resistenza individuale più che un necessario movimento politico di riequilibrio di ciò che il mercato, con la sua inguaribile anarchia, continua a squilibrare. Lo Stato non costringe nessuno a lasciare i propri luoghi di origine, non esplicitamente o formalmente, di fatto però crea continuamente, sotto la spinta delle forze economiche (leggi la classe dirigente del paese) le condizioni per cui sia il soggetto autonomamente a prendere in considerazione la partenza verso la città, meglio se del Nord. E questo avviene ininterrottamente da quando la Nazione esiste. Allora lo Stato non deve limitarsi a non indurre formalmente il soggetto proveniente dalle aree interne ad abbandonare il proprio luogo d’origine, ma deve fornirgli anche la possibilità concreta di non farlo, di evitarlo, riconoscendogli un’indennità di restanza se questi decide di non emigrare. Se lo Stato vuole anche ragionare sul come finanziare una misura del genere è facile dire che la cosa più ovvia è quella di agire su l'immensa ricchezza privata accumulata dalla rendita fondiaria, sotto forma di canone di locazione, nei decenni passati. Allora sembra del tutto congruo prendere in considerazione una qualche forma di tassazione diretta della rendita fondiaria vincolata al finanziamento dell’indennità di restanza. Ma è anche evidente che se l’idea di un'indennità di restanza vuole in qualche modo diventare un modo per fermare il dissanguamento sociale delle aree interne d’Italia essa deve farsi movimento politico ed esercitare quella pressione sulle istituzioni democratiche, anche a lungo termine, un po’ come ha fatto in passato quello che potrebbe considerarsi il suo movimento opposto, ovvero quello del federalismo di stampo leghista, che ha infine portato alla cosiddetta “autonomia differenziata”, la quale nel suo stesso nome fa della disuguaglianza, e perciò della dismisura e dello sviluppo diseguale, addirittura un valore e un modello positivo, con buona pace dell’articolo 3 della Costituzione.

Se le idee e i concetti non diventano movimenti politici non possono incidere in nessun modo sulla realtà, che è poi quello che solo può avere interesse.

Un Atlante degli insediamenti storici urbani ed architettonici

Il testo del Senso dei luoghi enumera una serie di luoghi calabresi protagonisti di diverse forme di abbandono e di distruzione. È un atlante. Questo testo suggerisce allora l’idea di un atlante dei luoghi abbandonati. Ma dal momento che in tutti i luoghi storici c’è una quota parte di abbandono, - l’abbandono stesso non è sempre totale, ma spesso solo strisciante, per diversi decenni, una sorta di orizzonte per tutti i centri più piccoli e per le aree storiche - diventa urgente, per chiunque abbia a cuore il problema, opporsi a questo abbandono mediante gli strumenti che le discipline come l’architettura e l’urbanistica hanno a disposizione per registrare, per consegnare al futuro, la memoria di quanto il passato ci ha lasciato. Lo strumento dell’atlante è la cartografia, e una cartografia è sempre, in qualche modo, un’opera propedeutica alla cura del proprio oggetto. Cartografare è allora quel gesto urgente da fare se si pensa che dei paesi calabresi elencati da Teti, ad esempio, senza un atlante in grado di dare conto dei loro impianti urbani, tra qualche anno non resteranno neanche i ruderi. Un atlante inteso come il piano nazionale dei recuperi diffuso a tutti i centri storici del Paese, un atlante in grado anche di restituire immediatamente una dignità ad una disciplina come la Storia dell’urbanistica negletta proprio in un paese come l’Italia dotato di un immenso patrimonio architettonico, talmente esuberante da poter essere lasciato in abbandono.

9 MARZO 2025

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Ascolta da Radio Città Future Frammenti di libri per riflessioni urbano-logiche e Riflessioni urbano-logiche a partire dal "Senso dei luoghi" di Vito Teti