Episodio 1
Ci sono due americani che hanno fatto la fusione. Guarda i giornali! È la telefonata che mi giunge da Roma, da mio padre, il 24 marzo 1989. Negli ultimi tempi gli avevo parlato spesso delle mie ricerche e, in particolare, del mio desiderio di applicare, alla fisica dei plasmi, le idee che avevo recentemente sviluppato. Mi interessava vedere se con la nuova impostazione non fosse per caso possibile superare gli ostacoli che, da più di trent’anni, impediscono l’uso pacifico dell’energia termonucleare, quella, per intenderci, che si scatena nell’esplosione della bomba H. L’annuncio degli elettrochimici dell’Università dello Utah, Martin Fleischmann e Stanley Pons, il 23 marzo 1989, della scoperta della cosiddetta «fusione fredda», apparso sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, richiama alla mente di mio padre le nostre conversazioni, ed egli mi avverte immediatamente.
Non sono un lettore molto assiduo di quotidiani, e la cosa mi era sfuggita. Mi precìpito quindi in edicola a comprare i giornali di più larga tiratura. Riproducono tutti, in prima pagina, il volto sorridente dei due scienziati con in mano una provetta, la tipica cella elettrolitica di Fleischmann-Pons. Non ho bisogno di leggere una riga degli articoli a cinque colonne che riportano i dettagli della conferenza-stampa, la cosa mi sembra così enorme che rimango completamente incredulo: mi attendevo foto di Tòkamak, dichiarazioni trionfali di direttori dei grandi laboratori, dove da decenni si persegue la fusione termonucleare, la cosiddetta «fusione calda», e invece no, si pretende di farmi credere che quello che nel sole avviene a temperature di milioni di gradi e a pressioni enormi, possa qui, sulla terra, avvenire in una provetta, con i mezzi dell’elettrochimica. Il mio atteggiamento, le mie reazioni sono esattamente quelle della maggior parte dei miei colleghi: per fortuna, mi dico, non sono un leader, altrimenti dovrei dare il mio parere su una «bufala» e non saprei come farlo, dovrei cercare almeno di capire quello che questi signori hanno fatto, perdere il mio tempo dietro le loro stranezze. E a giudicare dalle dichiarazioni imbarazzate di Amaldi, Rubbia, Cabibbo e Zichichi, ho ragione di rallegrarmi della mia anonimità. Liquido il tutto come un altro degli abbagli in cui incorrono periodicamente gli uomini di scienza (d’altra parte negli anni cinquanta non apparve sui giornali qualcosa di simile per quanto riguarda la macchina inglese per la fusione calda? se ricordo bene si chiamava Stellarator), e mi riprometto di non occuparmi più di queste cose.
Circa una settimana dopo, durante una seduta di Facoltà incontro il collega Sergio Trasatti, elettrochimico di livello internazionale. Ricordandomi che il suo campo, l’elettrochimica, è quello dei due della fusione fredda, getto lì una battuta: «Evidentemente due tuoi colleghi americani debbono soffrire di allucinazioni». Sono enormemente sorpreso della sua risposta: «Se fossi in te gli darei più credito, Fleischmann è uno dei maggiori elettrochimici del mondo, oltre che fellow della Royal Society». Non posso più far finta di nulla; liquidare come non-senso un annuncio di scienziati di quel livello sarebbe comportarsi come gli oppositori di Benveniste, che non hanno tenuto in minimo conto la sua natura scientifica, conquistata con anni di duro e serio lavoro. Nella mia visione del mondo, infatti, non c’è la comoda «casella della follia» nella quale sistemare tutti coloro di cui ben conosciamo il valore, ma le cui conquiste ci dispiacciano per nobili o meno nobili motivi. Se scienziati di prestigio hanno deciso di venire allo scoperto con un annuncio di tale devastante portata, mi dico, qualcosa degno di attenzione ci deve sicuramente essere, e sarebbe un errore non cercare di andare fino in fondo.
Decido così di acquisire tutte le informazioni utili a farmi un’idea del problema. Aiutato da Del Giudice e da Tullio Bressani, un fisico di Torino che è spesso al CERN per i suoi esperimenti, vengo in possesso del lavoro di Fleischmann e Pons – che dopo qualche settimana sarebbe stato pubblicato sul «Journal of Electroanalytical Chemistry » - e dei riassunti delle varie conferenze che Fleischmann tiene a Erice, al CERN e a Losanna verso la fine di marzo. Quello che capisco da queste informazioni, in verità un po’ criptiche, mi sembra sufficiente per mettere alla prova la coerenza elettrodinamica, in cui sono ormai profondamente coinvolto. In particolare la teoria dei plasmi quantistici, che ho appena sviluppato e su cui ho tenuto alcune lezioni alla scuola invernale di Folgaria all’inizio di febbraio, mi sembra adatta a modellizzare il sistema. L’interazione continua con Del Giudice e Bressani su questo argomento ci porta, verso la fine di aprile, su un terrazzo con una magnifica vista di Posillipo (eravamo in casa di amici a Napoli, in occasione di una conferenza mia e di Emilio all’Istituto di Studi Filosofici), a scrivere un breve lavoro, in cui tratteggiamo le idee principali per una comprensione teorica della fusione fredda. L’articolo viene pubblicato nel numero di maggio del «Nuovo Cimento».
Dopo un periodo di un paio di mesi di entusiasmo, durante i quali praticamente in ogni laboratorio di fisica vengono montate celle di Fleischmann-Pons (con idee però molto vaghe, spesso cercando di carpire dalle fotografie dei giornali i dettagli di costruzione), i numerosi fallimenti, unitamente alla reazione rabbiosa della concorrenza, la fusione calda, incominciano a far scricchiolare l’edificio della fusione fredda. Vengono pubblicati i primi lavori di grandi laboratori come Harwell, Yale e Caltech, in cui si afferma (in modo pretestuoso) che non c’è alcuna evidenza per gli effetti riportati da Fleischmann e Pons. I teorici, d’altra parte, si mobilitano a dimostrare l’«impossibilità» della fusione fredda; vengono pubblicati i primi «teoremi» che dimostrano discrepanze di svariate decine di ordini di grandezza fra le osservazioni di Fleischmann e Pons e le previsioni teoriche. Uno dei punti su cui più si scatena la critica è la quantità infima di neutroni, che sembra essere prodotta nella reazione nucleare, quantità che vìola in modo netto le osservazioni fatte nei laboratori di fisica nucleare. A queste critiche i due scienziati americani si limitano a rispondere che le condizioni della loro reazione sono diverse; e la risposta si rivelerà corretta, ma per poterla accettare occorre andar oltre quello che la comunità è pronta a riconoscere. Pertanto lo scontro si fa duro, talvolta violento, vòlano accuse di frode, di disonestà scientifica. Coloro che, come me, chiedono soltanto il tempo necessario per un’istruttoria seria, serena e meticolosa, in un’atmosfera che non sia di guerra di religione, vengono sprezzantemente bollati come i «credenti» (True Believers, in inglese). Si sa che gli aristotelici hanno sempre visto, in quanti non la pensano come loro, degli «eretici» da eliminare, eventualmente, con il rogo.
Per la fine dell’anno la reazione alla fusione fredda sembra aver vinto su tutta la linea. Il dipartimento americano dell’Energia (DoE), responsabile federale di questo tipo di ricerche, ha insediato una commissione che ha emesso un verdetto negativo, che quindi blocca tutti i fondi federali per lo sviluppo della fusione fredda. Tutta l’attività sperimentale muore, tranne quella di alcuni gruppi sparsi e quella del National Cold Fusion Institute, che lo stato dello Utah ha finanziato a Salt Lake City e dove si trasferiscono a lavorare Fleischmann e Pons.
Prima di procedere, è ora necessario fare un passo indietro. L’annuncio di Fleischmann e Pons è seguito a ruota da un altro proveniente anch’esso dallo Utah, e precisamente da Provo, sede dell’Università Brigham Young, dedicata al fondatore dei mormoni. L’autore è Steve Jones, professore di Fisica di quell’università, che afferma di aver prodotto neutroni in un sistema simile a quello di Fleischmann e Pons, ma di non aver riscontrato alcuna produzione di calore, il grosso della scoperta dei due elettrochimici. Inizia così una rivalità in seno alla comunità della fusione fredda che avrà conseguenze devastanti. Qualche settimana più tardi l’italiano Francesco Scaramuzzi dell’ENEA di Frascati scoprirà deboli emissioni di neutroni da un sistema contenente deuterio gassoso: la via italiana alla fusione fredda.
Spentasi ogni eco sulla stampa, bandita dai maggiori giornali di fisica, della fusione fredda non si ha più alcuna notizia. Prima di iniziare il mio semestre di insegnamento, nel febbraio 1990, decido di fare un giro negli Stati Uniti, presso i centri in cui continua la ricerca sulla fusione fredda, accompagnato da Del Giudice e da una collega elettrochimica, Sandra Rondinini. Dopo alcune tappe di poco interesse per la nostra storia, giungiamo infine a Salt Lake City, sede del National Cold Fusion Institute. Fritz Will, direttore dell’istituto, ha organizzato per me un seminario nel quale dovrei esporre le mie idee teoriche elaborate nel corso dell’anno precedente e al quale parteciperanno sia Fleischmann sia Pons. Prima dell’estate del 1989 avevo già cercato, mediante Trasatti, di mettermi in contatto con Fleischmann e Pons, perché desideravo unirmi a loro nella guerra che l’establishment aveva scatenato contro la fusione fredda, fornendo le armi teoriche che stavo perfezionando; ma l’iniziativa non ebbe successo. Il momento dell’incontro è finalmente arrivato.
Li vedo brevemente, per il solito scambio di convenevoli, poco prima dell’inizio del seminario: l’umore è tutt’altro che allegro, sono piuttosto diversi dai sorridenti personaggi delle fotografie pubblicate dalla stampa di tutto il mondo. Comincia il seminario, delineo brevemente lo strumento teorico che utilizzerò e mi lancio nella modellizzazione del sistema Palladio-Deuterio (cui va il brutto nome di «deuteruro di palladio») nel quadro della coerenza elettrodinamica. Quando giungo a uno dei risultati più qualificanti, l’esistenza, per i fenomeni della fusione fredda, di una soglia del caricamento di atomi di deuterio nel palladio, Martin Fleischmann (da quel momento ci lega una profonda amicizia) salta letteralmente sulla sedia, in preda all’entusiasmo. Mi dice subito che questo è ciò che osserva da molti anni, e che nelle mie idee c’è molta più verità di quanto io non sappia, giacché parecchie altre sue osservazioni, mai pubblicate, sono in accordo con la teoria che espongo. Sono un po’ sorpreso e deluso che non mi dica quali, ma questo è Martin, dovrò abituarmici. Il seminario finisce in un clima di grande eccitazione; la segretaria del National Cold Fusion Institute nel riaccompagnarci all’hotel ci dice che non aveva mai visto una simile atmosfera all’istituto. Non mi è difficile pensare che quello sia stato uno dei pochi giorni felici della disgraziata esistenza (meno di due anni) del National Cold Fusion Institute. Il giorno seguente Fritz Will mi invita come speaker alla I Conferenza annuale sulla fusione fredda che l’istituto sta organizzando a Salt Lake City per la fine di marzo. Accetto volentieri, avrò finalmente modo di sapere che cosa bolle nella pentola della fusione fredda.
È un autentico caravanserraglio quello che mi si presenta all’arrivo all’University Park Inn di Salt Lake City, dove si tiene la conferenza. I partecipanti sono circa cinquecento, di cui duecento giornalisti: vi sono le maggiori reti televisive americane, i più importanti giornali, sono presenti perfino gli inviati della «Repubblica», del «Messaggero» e dell’«Unità». Una vera Babele. Si fa un gran parlare dello scoop di «Nature», che sul numero di quella settimana pubblica l’articolo di un gruppo di fisici dell’Università dello Utah che afferma di non trovare alcun neutrone nelle celle di Fleischmann-Pons, insieme a un editoriale delirante, che poco manca, che ìnciti gli scienziati «seri» allo sterminio dei «credenti» (continua la guerra di religione contro gli «eretici»).
È con questa atmosfera che le poche persone che erano andate lì per fare avanzare la ricerca della verità debbono fare i conti: un’impresa quasi disperata. Scienziati come Schwingher, Fleischmann, Pons, Mec Kubre, Bockris, Jaegher, Ikegami e tanti altri, intenzionati a determinare lo stato di avanzamento della ricerca in modo obbiettivo, senza pressioni, si trovano, col sottoscritto, a parare gli attacchi degli scettici così come gli entusiasmi infondati di quella zona grigia di inventori della domenica, di «archimedi pitagorici» scacciati dal mondo scientifico-accademico, che cercano a Salt Lake City la sognata rivincita. Un’esperienza del tutto nuova, che rinsalda però i legami umani e intellettuali fra gli scienziati, i quali percepiscono ormai molto chiaramente che gli anni futuri saranno di lotta, una lotta che dovrà essere condotta insieme, al di là delle legittime differenze di punti di vista. Si forma allora il «nocciolo» di scienziati, una ventina, di cui farò parte anch’io, che attraverso la Conferenza annuale si dà il compito di mantenere la fusione fredda a un elevato livello scientifico, di portare l’istruttoria a una conclusione giusta e veritiera. Il mio discorso piace sia a Fleischmann e Pons sia a Fritz Will, il quale mi propone di passare un trimestre al National Cold Fusion Institute nell’autunno di quell’anno, come visiting professor dell’Università dello Utah. La prospettiva di poter interagire qualche mese con Fleischmann e Pons mi attira molto, per cui accetto.
Nel periodo che mi separa dal ritorno nello Utah dedico molta attenzione alla fusione fredda e al miglioramento del modello che avevamo pubblicato sul «Nuovo Cimento». Quando arrivo nell’agosto 1990 a Salt Lake City sono dunque pronto a incominciare un dialogo scientifico con Fleischmann e Pons, su cui ripongo grandi speranze. Ma il diavolo ci aveva messo la coda; durante i mesi estivi i due scienziati avevano ricevuto forti attacchi dai colleghi dell’Università dello Utah, oltre che da Steve Jones divenuto nel frattempo un nemico mortale. Il loro lavoro è sottoposto a ogni sorta di critiche fra cui le più velenose (e scientificamente irrilevanti) sono quelle che provengono da un gruppo della Genera Electric, che nel momento del boom aveva fatto una generosissima convenzione con Fleischmann e Pons e l’Università dello Utah. Fleischmann è inoltre affetto da una dolorosa nevralgia, per cui si farà operare in Inghilterra a novembre. Vedo gli amici per poco più di due settimane, dopodiché scompaiono, lasciandomi completamente solo: addio collaborazione! Decido allora di rendermi utile alla causa. Nel Dipartimento di Fisica, dove esistono un’opposizione e un’animosità notevoli verso la fusione fredda, ho alcuni vecchi amici «particellai», con cui ho sempre mantenuto buone relazioni; perché non utilizzare il mio status di visiting professor per tenere un corso sulla coerenza elettrodinamica e aprire un po’ la strada verso la fusione fredda? Formulo rapidamente un programma del corso e lo sottopongo al dipartimento, il quale lo boccia senza darmi alcuna spiegazione. È il nuovo stile, degno, non c’è dubbio, del Sant’Uffizio.
Svanita anche questa possibile attività, decido di impiegare i restanti due mesi di permanenza a Salt Lake City a passare criticamente in rassegna i vari tentativi di spiegazione della fusione fredda pubblicati fino allora. È un lavoro per me molto interessante, da cui apprendo molte cose utili ad affilare la mia comprensione di questo affascinante fenomeno. Con il titolo Some theories of cold nuclear fusion l’articolo sarebbe uscito di lì a poco su «Fusion Technology», uno sforzo, credo, non inutile.
Con la chiusura qualche mese più tardi del National Cold Fusion Institute la fusione fredda emigra essenzialmente dagli Stati Uniti verso nuovi lidi: il Giappone, l’Italia, la Francia, dove con capitali giapponesi Fleischmann e Pons installano nel parco tecnologico di Sophia Antipolis (a pochi chilometri da Nizza) un nuovo laboratorio. Anche la Conferenza annuale sbaracca da Salt Lake City; a me viene assegnato il compito di organizzare la seconda conferenza annuale sulla fusione fredda a Como, nel luglio 1991.
FEBBRAIO 2024
________________________
Ascolta da Radio Città Future il primo episodio di Giuliano Preparata - Il Sole in provetta
Esplora i materiali del Dossier sull'incredibile vicenda scientifica della "Fusione Fredda"