Crisi e resistenze oggi. Città Future
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Gennaio 2010

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CRISI E RESISTENZA OGGI

Redazione

 

I. Siamo di fronte ad un bivio, l'umanità ha raggiunto un punto cruciale del proprio cammino. Siamo vicini a una situazione di degrado irreversibile. La vita moderna ci ha dato grande (troppa) velocità e grandi conoscenze tecniche, di cui però ignoriamo gran parte dei meccanismi, ma ha eliminato la capacità di essere in armonia con noi stessi e con il mondo circostante, e non riconosciamo l'armonia nelle cose, la preziosità della vita. Così, la nostra cultura genera uomini e donne ignoranti che, sentendosi esiliati dal proprio ambiente, non esitano a distruggerlo senza alcuno scrupolo. La violenza di questo esilio è tale che per la prima volta l'umanità si trova davanti alla possibilità reale e concreta della propria distruzione.

La situazione è oggettivamente grave: ma qui non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma bisogna porsi in un'altra dimensione, quella della riflessione critica, conciliando l'ottimismo della volontà con il pessimismo della ragione, per sviluppare una prassi governata dalle passioni gioiose.

Ma la strada non è già segnata: in un periodo di crisi globale, abbiamo l'opportunità del mutamento, di riprenderci la vita nelle nostre mani, valutando tutte le possibili alternative, stimandone le conseguenze, risvegliando la «coscienza planetaria». Nella lingua cinese, l'ideogramma «crisi», Wei Ci, è costituito da un primo segno che significa «attenzione, pericolo», e da un secondo che significa «opportunità di cambiamento».

Potremmo essere all'inizio di un nuovo periodo di consapevolezza ed evoluzione sociale, spirituale e culturale, così da uscire da questa preistoria umana, per entrare nella storia. La sfida è questa: scegliere il nostro futuro, decidere il destino della vita su questo pianeta.

 

II. Da una parte, la sensazione che sia già troppo tardi soffoca ogni afflato di speranza, dato che lo stato eco-sistemico globale è diventato sempre più critico, sempre più lontano dall'equilibrio: al momento il destino della nostra società è legato ad un’organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata, un sistema che sovraproduce condannato alla crescita e all'iperconsumo, che esternalizza i danni facendoli ricadere sulle generazioni presenti e future e sull'ambiente. Siamo fuori dal tempo e dallo spazio: pressoché mai la distruzione di risorse, di ricchezze naturali, l’inquinamento ambientale, le malattie e il dolore delle persone vengono intravisti nella loro dimensione futura, nei loro effetti differiti nel tempo.

Ma dall'altra parte, è possibile che stiamo assistendo allo sviluppo di una nuova cultura, sostenuta da persone che in tutto il mondo operano spontaneamente per risolvere i problemi umani, ambientali, politici, economici.

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III. Secondo un approccio sistemico, nel «Sistema Terra» abbiamo infatti vari sottosistemi: alcuni tenderanno a portare il sistema globale ad uno stato di maggiore disgregazione, altri cercheranno di mantenere lo status quo di progressivo lento peggioramento, altri ancora tenderanno ad aumentare l'organizzazione dell'intero sistema.

Questa descrizione collima con quella fatta da Paul Ray, in una ricerca sociologica compiuta dal 1986 al 2008, che attraverso indagini, focus groups e interviste in profondità, ha individuato negli Usa, esempio tipico di società industrializzata (e successivamente sono state condotte ricerche simili in Italia, Francia e Giappone), un cambiamento fondamentale di valori. Poiché sono culturali, i valori misurati sono lenti a cambiare, diversamente dagli atteggiamenti e dalle opinioni, ed hanno una migliore capacità predittiva in quanto dipendono dall'appartenenza degli intervistati a tre grandi sottosistemi culturali, tre sub-culture: quella dei «Conservatori», ovvero un quarto degli abitanti, fortemente orientati alle logiche del consumismo e dell'industrializzazione, chiusi nella vecchia visione tradizionale della vita, senza porsi problemi particolari sull'etica o sulla globalizzazione; quella dei «Modernisti», la metà degli abitanti, che crede nel progresso, nella scienza, nei beni di consumo tradizionali, tendenzialmente poco interessata, ma non chiusa, ai problemi etici; e infine quella dei «Creativi Culturali», la parte più percettiva dello stato di pericolo del sistema, che ha elevati valori ecologici, etici e spirituali, è a favore della crescita personale, che è socialmente responsabile ed è  consapevole delle problematiche ambientali e globali, e che opera per elevare l'organizzazione del sistema ad un livello di ordine maggiore, alla ricerca di nuovi stili di vita, di nuovi valori, di nuovi modelli di interpretazione della realtà, al fine di creare una nuova cultura.

Quest'ultima parte agisce per aumentare la coerenza del sistema nel suo insieme, tendendo a creare una rete di contatti e collaborazioni extra-nazionali. E ciò proprio perché si è sviluppata dalla sintesi di differenti visioni, orientali e occidentali, dall'integrazione di tradizioni spirituali, mediche e scientifiche, introducendo così nuovi modelli e paradigmi che possiamo definire olistici (dal greco olos, l'intero, il tutt'uno), in quanto fortemente basati sul riconoscimento dei sistemi complessi come «unità multidimensionali»: così l'essere umano è visto come «unità mente-corpo-spirito», la Terra come sistema complesso bio-eco-sociale, un organismo vivente, un «tutt'uno» (per saperne di più: «I creativi culturali. Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore. Una panoramica delle ricerche internazionali», di Enrico Cheli e Nitamo F. Montecucco, Xenia, Milano 2009).

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IV. La cultura occidentale vede tutto spaccato in due, considera «opposte» e in lotta le due parti, invece di guardale come due poli indivisibili, due facce della stessa medaglia. Pensa che un «polo» sia migliore e pretende di far sparire l’altro polo. Utilizzando la terminologia del Taoismo, vogliamo un universo solo Yang: lo Yin deve essere abolito. In tal modo si causa solo angoscia, ansia, paura, sentimenti che ci bloccano, ci rendono deboli e ancora più addomesticabili.

Oggi la stessa fisica quantistica ammette una logica «sì e contemporaneamente no», «vuoto e contemporaneamente pieno», così come l'occhio di colui che compie un esperimento può influenzare l'esperimento, attraverso il proprio stato energetico ed emotivo.

La visione unicamente biologico-chimica dell'essere umano non tiene conto di un fattore fondamentale: l'energia.

Basti pensare all'approccio della medicina allopatica alla malattia: si tende a curare il sintomo, senza dare peso all'unità dell'uomo, mente-emozioni-corpo, e quindi senza considerare anche l'approccio omeopatico non potrà mai avere una visione completa, perché è come se guardasse in un solo punto. Ed invece siamo esseri di energia, e siamo composti all'80% di acqua, elemento che per definizione trasmette e amplifica le frequenze energetiche. C'è quindi assoluto bisogno di superare il dualismo cartesiano mente/corpo.

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V. I modelli olistici riescono a creare una sintesi tra le interpretazioni dei vecchi modelli, fondati sulle dicotomie (dal greco, diko e temno, divido in due parti), materialisti e spiritualisti, che dividevano la materia dalla coscienza e il corpo dalla mente. Così i modelli spiritualisti ritengono che tutto sia dovuto allo spirito o creato da Dio, mentre quelli materialisti che tutto sia derivato dalle leggi casuali della fisica. Questi modelli dicotomici sembrano la rappresentazione ideologico-culturale delle funzioni polari dei due emisferi cerebrali: l'emisfero analitico-razionale privilegia la comprensione scientifica e oggettiva dei fenomeni, mentre l'emisfero intuitivo-analogico privilegia la comprensione filosofica e spirituale degli stessi fenomeni. Bisogna cercare di andare oltre la divisione materia/spirito: Franco Battiato in Inneres Auge canta «la linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito», e la strada è proprio quella della ricerca della diagonale tra le due linee, ed il modello olistico sembra rappresentare la sintesi globale delle due limitate percezioni, offrendo una visione più unitaria e complessa dell'essere umano e dell'esistenza, senza nulla togliere alla scientificità o all'oggettività dei dati.

Attraverso articolate contaminazioni interculturali, riprende le linee conoscitive delle antiche tradizioni mediche, filosofiche e spirituali di tutto il mondo, coniugandole con le più avanzate ricerche scientifiche. Base del paradigma olistico è il principio secondo cui «il tutto è più della somma delle sue parti», che spinge a considerare ogni sistema nella sua globalità e complessità, non limitandosi a studiarne separatamente alcuni componenti.

Negli ultimi decenni il paradigma olistico ha acquistato maturità e complessità grazie ad una serie di scoperte ed ipotesi scientifiche che ne confermano i presupposti filosofici e rendono attuali le antiche comprensioni: la coerenza quantistica elettrodinamica, le ricerche di pnei, Psiconeuroendocrinoimmunologia, le ricerche neurofisiologiche sulla meditazione, la teoria generale dei sistemi, l'ipotesi olografica, l'ipotesi Gaia, il vuoto subquantistico, la non località, gli studi psicologici sull'apprendimento e sull'educazione globale, solo per fare alcuni esempi.

La forzata negazione dell'elemento interiore, spirituale, ha invece generato una scienza fortemente riduzionista che tende ad interpretare i fenomeni in modo meramente materialista e meccanicistico, che rimuove la coscienza e l'intelligenza da ogni interpretazione: la cultura dominante, schiva del paradigma materialista, possiede una visione del mondo che è a compartimenti stagni, insieme a procedure di analisi e di intervento disgiunte e settoriali, in cui, ad esempio, i vantaggi economici vengono misurati secondo una prospettiva meramente economicistica, senza considerare i vari effetti collaterali che si possono produrre su altri piani, sanitari, ecologici, etici, sociali ecc.

È questo modo separato di considerare i diversi processi e aspetti del reale che è il principale responsabile del grave dissesto ambientale, di caos economico e di malessere sociale ed individuale in cui ci troviamo.

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VI. La nuova cultura dei «Creativi Culturali», in rapido sviluppo, ha quindi adottato una concezione del mondo più unitaria e globale, una visione olistica della vita, con una forte enfasi sulle relazioni, orientate alla ricerca di sé e allo sviluppo psicologico, propensa ad una consapevolezza globale, essendo insoddisfatti verso le grandi istituzioni politiche ed economiche della vita moderna e rifiutando il materialismo come base della vita e dello stato sociale. Oggi i «Creativi Culturali» rappresentano più di un quarto degli abitanti del mondo occidentale, sono in crescita, e stanno creando una nuova cultura, nuove relazioni, essendo portatori di nuovi valori, stili di vita e visioni del mondo, dall'ecologia all'economia etica, dalle relazioni collaborative alle medicine alternative e ai metodi di crescita personale, che hanno una evidente e comune matrice olistica.

I creativi culturali, non sono però consapevoli di rappresentare un movimento e quindi un corpo collettivo, capace di influire sul futuro locale e planetario, un macrofenomeno. La grande debolezza è rappresentata quindi dalla frammentazione. Esistono miriadi di gruppi, con finalità simili, ma che si muovono in maniera disorganica, con un basso livello di comunicazione e sinergia collettiva. Questa massa critica deve prendere coscienza della propria estensione e della propria forza. Perché il cammino verso la liberazione dell'uomo è il cammino dell'uomo dal dualismo all'unità, dall'individualità alla molteplicità, ed è qui e ora.

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VII. Miguel Benasayag afferma: «Essere amici della vita comporta non accettare l'avanzata del neoliberismo, ma creare, amare, lottare in modo assolutamente radicale».

E quindi la vera resistenza passa dalla creazione, qui e ora, di relazioni, di pratiche e di forme alternative, quotidianamente, da parte delle persone e dei gruppi che, attraverso queste pratiche concrete e una militanza che coinvolge l'esistenza, sappiano andare oltre il capitalismo, la reazione e il disimpegno nichilista, che immaginino un'alternativa di valori comuni rispetto a quelli propagandati con successo dal sistema odierno. Resistere significa creare le nuove forme, le nuove ipotesi teoriche e pratiche che siano all'altezza della sfida attuale. Agire, essere attivi non significa fare tante cose, avere le giornate ultrapiene, cioè esser super-regolamentati, come intende la nostra società disciplinare. L'agire è in realtà una scelta quotidiana e sempre infinitesimale: la scelta dell'armonia, di andare alla ricerca delle questioni fondamentali che fondano la situazione e di non sottomettersi agli ideali dominanti. Ed anche l'inazione orientale viene spesso fraintesa: significa «non agire in base all'accidente», all'emergenza, non essere nell'agitazione, nel reagire.

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VIII. La tristezza sociale e personale, facendo leva sull'ideologia e sull'insicurezza, ci induce a pensare di non disporre più dei mezzi per vivere un'esistenza autentica e perciò ci assoggettiamo all'ordine e alla disciplina della sopravvivenza. Colui che patisce non si fa domande, fa ciò che fa a causa di una pulsione o di ideali sociali. Il tiranno ha bisogno della tristezza, perché così ognuno di noi si isola nel suo piccolo mondo, virtuale e inquietante, proprio come gli uomini tristi hanno bisogno del tiranno per giustificare la propria tristezza. Il capitalismo si è inventato un mondo unico e monodimensionale, che però non è dato «in sé». Perché esista ha bisogno della nostra sottomissione e del nostro consenso. Il capitalismo non può esistere senza serializzare, separare, dividere.  Il primo passo contro la tristezza, che è la forma con la quale il capitalismo entra nelle nostre esistenze, è la creazione, in forme molteplici, di legami concreti di solidarietà. Rompere l'isolamento, creare queste forme solidali è l'inizio di un impegno, di una militanza che funziona non più solamente «contro» ma contemporaneamente «per» la vita e la gioia, attraverso la liberazione della potenza.

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IX. Lo slogan altermondialista, «Un altro mondo è possibile», racchiude in sé la propria sconfitta: si resta vittime dell'immaginario, si pronuncia lo slogan, siamo tutti d'accordo, ma poi? Cosa accade nel concreto? Si rischia di tornare al proprio privato compiaciuti, e tutto resta così com'è, e questo è deresponsabilizzante. Ma di certo, un altro mondo è necessario.

E così bisogna pensare il mondo in ogni quartiere, non uscire dal quartiere per pensare al mondo: il sistema mondo esiste in ogni quartiere. Non può esserci un'unica ricetta globale. Ci sono tante, diverse ricette locali che agiscono sul globale. Bisogna iniziare a costruire, qui e ora. E non dobbiamo dimenticare che una vibrazione d'energia prodotta qui, risuona in tutto l'universo. Cambiare il posto in cui si vive significa far propagare un segnale positivo in tutto il pianeta, e anche oltre.

Qualunque lotta contro il capitalismo che pretenda di essere globale e totalizzante rimane ingabbiata nella struttura stessa del capitalismo, che è appunto la globalità, è ovunque e pervade ogni cosa. La resistenza deve partire e dispiegarsi nelle molteplicità, al di là di tutte le etichette sociali della professione, della nazionalità, dello stato civile, la ripartizione tra disoccupati, lavoratori, handicappati, dietro alle quali il potere cerca di uniformare e di schiacciare quella molteplicità/unità che ognuno di noi è.

Perciò la resistenza alternativa sarà tanto più forte quanto più saprà uscire dalla gabbia dell'attesa, da quel meccanismo classico che rimanda invariabilmente al domani, al poi, al momento della liberazione. Il domani resta sempre domani, il domani dell'attesa, del perpetuo rinvio, non esiste, se non nella paura, nella minaccia del futuro.

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X. Resistere è creare: significa scoprire la gioia di un'esistenza più piena, più libera. Nella società della separazione, la società capitalista, gli uomini e le donne non trovano quello che desiderano, devono accontentarsi di desiderare quello che trovano, come dice Guy Debord. La separazione è così separazione degli uni dagli altri, di ognuno di noi col mondo, del lavoratore dal suo prodotto, ma nello stesso tempo di ognuno di noi separato, esiliato, da se stesso.

La ricerca della libertà è legata alla struttura del movimento reale, della critica pratica, della costante messa in discussione di sé e dello sviluppo potenzialmente illimitato della vita.

Resistere significa, olisticamente, superare la separazione tra teoria e pratica, tra la mente e il corpo, significa creare i collegamenti tra le ipotesi teoriche e le ipotesi pratiche, significa che chiunque sappia qualche cosa sappia anche trasmetterla a chi desidera liberarsi. Creiamo allora le relazioni, i legami che rafforzano le teorie e le pratiche dell'emancipazione, voltando le spalle al canto delle sirene che ci propongono di «occuparci della nostra vita», perché la nostra vita non vuole ridursi alla sopravvivenza.

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XI. La produzione capitalista è una produzione diffusa e ineguale. Per questo la lotta, la resistenza, devono essere molteplici ma solidali. Una liberazione individuale o settoriale non esiste, per questo vanno travalicati i limiti delle rivendicazioni settoriali. La libertà non si coniuga se non in termini universali: la mia libertà, in altre parole, non si ferma dove comincia quella dell'altro, ma la mia libertà non esiste se non a condizione della libertà dell'altro. Come diceva Hegel, possiamo essere liberi solo se tutti lo sono. Siamo tutti legati. Si tratta di sapere, da un lato, fino a che punto lo si è, e dall'altro, su quale versante della lotta.
È necessaria la costruzione, qui e ora, delle reti e dei collegamenti di resistenza che liberino la vita da questo mondo di morte. È indispensabile riflettere sulle nostre pratiche, pensarle, sentirle, renderle visibili, intelligibili, comprensibili. Riuscire a concettualizzare quello che facciamo legittima quanto costruiamo e concorre alla socializzazione dei saperi. Internet, nonostante la ancora scarsa diffusione e i suoi limiti, permette di raccogliere e di mettere a disposizione di altre persone e di altri gruppi questi saperi libertari che possono servire a rafforzare la lotta degli uni e degli altri, al fine di creare una massa critica coesa, capace di influenzare i processi sociali meglio di quanto faccia la maggioranza della popolazione: basti pensare, ad esempio, alla capacità di influenza che ha, sulla quasi totalità della gente, una parte davvero minima, ovvero i giornalisti e gli operatori della comunicazione, ma che purtroppo non informa criticamente, anzi disinforma, crea un'altra realtà.

Il «Manifesto della rete alternativa di resistenza», redatto da vari gruppo di resistenza sudamericani a Buenos Aires nel 1999, conclude così: «Il capitalismo non cadrà dall'alto. Per questo, nella costruzione delle alternative, non esistono progetti grandi e progetti piccoli». Ogni nuova pratica, che faccia emergere nuove possibilità, è un segnale che parte e si propaga nel mondo, potrebbe essere quel battito d'ali di una farfalla che possa aiutare ad innescare il cambiamento.

In questo contesto si inserisce il nostro progetto «Città Future», contenitore di discussioni e saperi, alla ricerca di teorie e pratiche «altre», passate e future, ma specialmente presenti: tutto ciò che oggi vive e resiste creativamente, nei vari campi dell'esistenza.

 

DICEMBRE 2010

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