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05
Ottobre 2011

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Inchieste

UN VIAGGIO NEL KURDISTAN CHE HO CONOSCIUTO…

Alessandro Paolo

 

Questo è un viaggio nel Kurdistan che ho conosciuto, il racconto di narrazioni, esperienze, conversazioni, scoperte che hanno raggiunto il mio intelletto e accelerato la mia immaginazione. Questo è un resoconto non esaustivo degli incontri vissuti durante il viaggio che nell’estate del duemiladieci mi ha condotto in Turchia prima, in Siria poi. Dedico queste righe, questo succo avariato della mia memoria, alla persona che mi ha accompagnato in quelle lunghe peregrinazioni fisiche e mentali. A lei che era lì con me, a Roberta…

 

Ricordo ancora lo spettacolo che ci si parò dinnanzi quando le porte dell’autobus si spalancarono. Un brulicare di persone sul lungomare di Kadiköy, urla di venditori di ciambelle, panieri traboccanti di bottigline d’acqua, ciondoli pendenti dalle dita di bambini roteanti su se stessi come vigili a dirigere il traffico; famiglie sorridenti, donne sole, accompagnate, velate, svelate, sui tacchi o ricoperte da capo a piedi. Ma più forte di ogni altra cosa giungeva alle nostre narici il profumo acre di pesce arrostito, il balık ve ekmek consumato ovunque lì sul lungomare orientale di Istanbul. L’incontro con i primi nuovi sapori, tuttavia, coincise con il nostro primo incontro con uno dei circa venti milioni di curdi che vivono in Turchia. Arrostiva pesci sul marciapiedi, aveva gli occhi azzurri e i capelli rossicci, ma da quel volto rugoso non traspariva alcuna voglia di soffermarsi sulle sue origini. Era chiaramente a disagio di fronte a quattro occhi stranieri che lo osservavano ricolmi di meraviglia. «Sono di Mardin», ci disse, e tanto bastava. Rimasi interdetto, non capivo se era la timidezza, la non curanza o la paura a trattenerlo dall’esporsi. Ebbi comunque la prima riprova di un fenomeno socioeconomico che varie altre persone mi avrebbero poi confermato: molti dei curdi trasferitisi nei principali centri urbani del paese si accontentano dei lavori più umili, accettano di essere sfruttati da padroni più giovani di loro, talvolta anche meno istruiti di loro, per poter guadagnare quel tanto che basta per vivere dignitosamente e inviare un aiuto alle famiglie rimaste a pregare e a sperare per loro nelle città e nei villaggi dell’Anatolia orientale. Il vissuto di K.[1], il ragazzo curdo che ci ha offerto ospitalità a Istanbul prima dell’inizio del campo di volontariato, rafforzò queste mie prime riflessioni. L’idea per cui differenze di classe e di ceto ricalcano faglie culturali e linguistiche è una chiave di lettura particolarmente appropriata per comprendere la società turca; un’idea che mi avrebbe accompagnato nel corso di tutta la mia permanenza nel paese.

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Di circa trent’anni, K. è originario di Şanliurfa. Trasferitosi a Istanbul da alcuni anni, vive nel quartiere di Beyoğlu, in una stradina in discesa dove diversi altri curdi risiedono. Lavora in un ristorante di lusso nella zona di Sultanahmet, un ristorante per turisti ricchi, che raggiunge ogni mattina con una motocicletta potente. Mi confessa con amarezza che da quando si era trasferito in quella palazzina non aveva mai conosciuto gli altri coinquilini. «Questa reciproca estraneità sarebbe del tutto inconcepibile nel posto in cui sono nato. Il problema è che qui gli uomini single come me sono percepiti come una minaccia per la stabilità familiare. Se consideri poi che la coppia turca di novelli sposini che abita in questo edificio è estremamente religiosa capirai perché ogni comunicazione tra di noi è praticamente impossibile». Divorziato e con due figli, K. mi accompagna in sentieri discorsivi molto accidentati. Mi racconta degli scontri di Diyarbakır risalenti ad alcuni mesi prima, quando un partito curdo (il DTP) era stato messo al bando per poi rinascere poco dopo come BDP, partito per la pace e la democrazia. A cena con alcuni suoi amici curdi la discussione si fece accesa. Uno di loro era un movie-maker impegnato nella realizzazione di un cortometraggio incentrato sulla storia di una bambina curda arrestata nel corso di alcune proteste e ancora oggi detenuta in un carcere per adulti. Accanto a lui un panettiere ci confessava che suo fratello era sulle montagne del Kurdistan a combattere con il PKK. Il Partito Curdo dei Lavoratori, fondato nel 1978 da Abdullah Ocalan, da quasi trent’anni combatte una guerra civile contro il governo di Ankara per l’autodeterminazione del popolo curdo; nel corso del tempo al progetto onirico di una confederazione curda in Medio Oriente, mai del tutto dileguatosi nei piani dei più ferventi sognatori, si è affiancato il progetto di autonomia e parità di diritti da conquistare all’interno dei confini degli stati esistenti. Una dialettica tra progetti politici contrastanti che si è complicata ancor di più da quando un Governo Regionale Curdo è nato effettivamente in Iraq. «Noi lottiamo per un’entità politica in cui tutti abbiano gli stessi diritti, la stessa opportunità di esprimersi, di tramandare le proprie tradizioni, la propria lingua, la storia dei propri antenati. Lottiamo per un’uguaglianza che non c’è», mi disse il panettiere. Eppure, replicai io, «non potrebbe accadere che questo nazionalismo pancurdo sfoci poi in uno Stato altrettanto assimilazionista qualora la lotta per l’autoemancipazione abbia successo? Non si rischierebbe di acculturare forzatamente minoranze non curde o addirittura di espellere tali minoranze al fine di ottenere un territorio etnicamente omogeneo? Non si rischierebbe insomma di ricreare il male che si sta oggi combattendo? Lo Stato, se ci pensi, è esclusivo per sua stessa natura». Il suo disappunto non tranquillizzò le mie perplessità. Ma una cosa importante compresi a quel punto: avrei dovuto procurarmi gli scritti di Ocalan al più presto.

 

«Troppe persone nella Turchia Occidentale pensano che l’est del paese è abitato soltanto da terroristi. I mass-media sono un potente vettore di diffusione di questi ottusi stereotipi». Le parole di D., la ragazza turca di Edirne che avrebbe coordinato il nostro campo di volontariato a Mardin, non potevano essere più chiare. Una frattura separa due alterità speculari che si negano e al contempo si rigenerano a vicenda; una linea divisoria che, interiorizzata da quando si è bambini, suggerisce alla coscienza giudizi di valore ogni qualvolta quell’alterità incrocia la nostra esistenza. Un’alterità essenzializzata, ridotta ad ammasso generalizzante, una tendenza di cui anche chi, come D., si commuove al pensiero di quelle terre lontane difficilmente può sbarazzarsi del tutto. Anche nel bene, alla Turchia occidentalizzata si oppone l’Oriente, quell’indistinto contenitore simbolico composto da costumi, profumi, melodie, strumenti musicali e lingue che non sono i propri. Sempre e ovunque, l’io ha bisogno dell’altro per autocostruirsi, poco importa se l’altro, in realtà, è una miriade di altri. Tra i curdi stessi, inutile dirlo, esistono tante differenze quante sono le vallate in cui vivono e gli alberi sotto cui si riparano. Una delle principali differenze sta nel modo in cui viene vissuto il sistema culturale e religioso islamico. Alcuni dei curdi che ho conosciuto, per esempio, erano ferventi musulmani, altri quantomeno agnostici.

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S., un ventiduenne curdo di Mardin, ogni mattina seguiva le lezioni di inglese che noi volontari internazionali tenevamo al Gençlik ve Kültür Evi della cittadina. Pregava cinque volte al giorno e ogni venerdì andava in moschea. Nella sua famiglia, ad ogni modo, la pratica religiosa si coniugava all’attività politica. Suo padre era il capo della sezione locale del BDP e, al fresco del terrazzo dove ero stato invitato a passare la notte, mi rivelava che le sue telefonate erano costantemente intercettate dalle autorità di polizia. Una persona sicuramente scomoda in una cittadina amministrata dall’AKP, il partito al governo. Nella sala degli ospiti, la foto dello zio di S., ucciso dalla polizia, concentrava la malinconia di una parete spoglia. Eppure quell’uomo stanco che fumava e tossiva era un hāfiż, conosceva cioè il Corano a memoria. Nel corso della sua vita si era anche sposato una seconda volta, usanza accettata dalla prima moglie, la madre di S., che silenziosa mi sorrideva accanto. Una donna del tutto impassibile alla poligamia del marito, la quale forse in cuor suo gioiva del fatto che dalla seconda moglie il suo uomo aveva deciso di divorziare poco dopo le nozze. Il sorriso luccicante che mi porgeva rivelava una pratica molto comune presso le donne curde di umile estrazione: in occasione del matrimonio, il pagamento del “bride price” da parte del marito alla famiglia della sposa viene in molti casi convertito, su richiesta di quest’ultima, nell’impianto di alcuni denti d’oro, in modo tale da assicurarle una rendita vita natural durante. Seduto a sgranocchiare dell’uva, ripensavo a quando S. giorni prima mi aveva confessato di voler diventare insegnante di lingua turca nelle scuole elementari, lì dove i maestri affrontano il compito più arduo di insegnare la lingua di Atatürk a bambini curdi che non l’hanno mai parlata. Ancora oggi questo pensiero mi risuona nel cranio come un corto circuito: non è l’autodeterminazione linguistica una delle maggiori rivendicazioni della causa curda? Come potevano conciliarsi le aspirazioni del figlio e l’attivismo politico del padre?

A poche centinaia di metri da casa di S., giù lungo la strada, negli stessi dormitori scolastici dove noi alloggiavamo, c’erano quattro ragazzi curdi, prova vivente di uno sviluppo da molti considerato cruciale nella storia della Turchia contemporanea. Si trattava di alcuni tra i primi professori di lingua e cultura curda istituzionalmente riconosciuti e retribuiti come tali. A Mardin per un corso di perfezionamento, di lì a pochi mesi avrebbero insegnato lingua e letteratura curda nelle scuole superiori e nelle università del paese. Diversi da S. quanto alle ambizioni d’insegnamento, nascondevano nel profondo un’analogia significativa: i quattro erano musulmani devoti. Questo particolare, a detta degli altri amici curdi del centro con cui commentavo la vicenda, era il discrimine fondamentale in virtù del quale le istituzioni li avevano designati futuri professori della principale lingua minoritaria del paese. Sarebbero stati, infatti, centinaia di migliaia i curdi ad aver presentato domanda per questo nuovo e ambito impiego pubblico, ma le selezioni non sarebbero state improntate unicamente a valutazioni di merito. Il binomio lealtà verso l’integrità nazionale e attaccamento alle pratiche religiose avrebbe costituito, con molta probabilità, il criterio sottaciuto di selezione.

 

Eppure, come è ovvio, nulla è bianco o nero quando si considera questo genere di fenomeni. F., un ragazzone curdo di trent’anni originario di Mardin, sarebbe diventato a breve muftī qualora la sua carriera nell’establishment religioso fosse proseguita. Un tempo studente di teologia, per diversi anni aveva persino condotto la preghiera del venerdì come imam, prima di avere un radicale ripensamento. Per ragioni a me oscure, aveva deciso di abbandonare gli studi religiosi per dedicarsi alla sociologia. Quando l’ho conosciuto le nostre conversazioni su poesia, letteratura, politica e filosofia rendevano estremamente piacevoli alcuni di quei pigri pomeriggi infuocati. Gli impertinenti condizionamenti del mio senso comune mai mi avrebbero spinto a immaginare che una persona con cui potevo tranquillamente parlare di anarchia e Noam Chomsky avesse una storia così dissonante alle spalle. Identità evidentemente cangianti e molteplici: ancora una volta giungeva il pronto monito ad aspettarsi tutto da tutti e nulla da nessuno, a non correre avventatamente dietro etichette da apporre e ordini mentali da costruire.  

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«Al momento il problema più grande del popolo curdo è il rigore religioso, un approccio all’Islam che rende passivi, muti, che inibisce ogni impulso alla rivolta. Sono ancora troppi i curdi che non comprendono o non vogliono accettare le idee rivoluzionarie di Ocalan». A., una delle persone più belle e interessanti conosciute durante il viaggio, era implacabile verso il suo popolo. L’avevamo incontrato in Siria un po’ per caso, attraverso un lungo giro di improbabili conoscenze, al termine del nostro campo di volontariato. Non potevamo immaginare il meraviglioso sentimento di amicizia che sarebbe nato tra di noi. Studente di economia all’Università di Damasco, ha ventidue anni ed è originario di Qamishli, città nella regione nordorientale della Siria a maggioranza curda, dove diversi scontri a fuoco tra la popolazione e l’esercito hanno avuto luogo negli ultimi sei anni. In particolare due anni fa’, quando la Turchia, con l’avallo statunitense, cominciò a bombardare obiettivi strategici del PKK in territorio iraqeno, i curdi di Qamishli insorsero: tre persone che nemmeno manifestavano furono uccise dalle pallottole di stato. Il padre di A., che ci accolse in casa come dei figli e si prese cura di noi anche quando ci assalì la febbre, lavora come ingegnere per la compagnia statale che gestisce l’estrazione e la raffinazione del petrolio nell’area di Rumeylan, un centro abitato non lontano da Qamishli, dove risiede con il resto della famiglia. La casa sorge in un complesso residenziale costruito dal governo appositamente per i dipendenti dei vicini siti estrattivi: dimora e posto di lavoro sono distanti poche centinaia di metri, ma tutto intorno grate e filo spinato isolano il complesso dall’esterno, obbligando i residenti a percorrerlo in lungo e in largo per passare attraverso l’unico valico d’ingresso, presidiato da guardie armate e dall’enorme mezzobusto in bronzo del vecchio presidente Hāfiż al-Asad. Analoghi culti di personalità diverse in Turchia e Siria, dove, tuttavia, le minoranze curde vivono destini piuttosto differenti. In Turchia i curdi possono organizzarsi in partiti purché non siano dichiaratamente separatisti, possono possedere terre, possono ambire a gestire amministrazioni comunali e provinciali, possono godere di molti basilari diritti di cittadinanza, da quello di registrare i nomi dei propri figli a quello di lasciare il paese. In Siria tutto questo non accade, o quantomeno non accade per tutti. Il paese è governato dal discendente di una dinastia di rivoluzionari panarabi e fagocitato da un partito unico ormai indistinguibile dall’apparato di stato. I proclami in arabo della propaganda ufficiale che ho visto stagliarsi sulle mura di tutti gli edifici pubblici e istituzionali per le vie di Qamishli non lasciavano adito a dubbi: la scritta “la democrazia è un obbligo”, contornata dalle onnipresenti citazioni delle parole del leader maximo, conviveva, per effetto di una sorprendente mutazione semantica, con “chi è diventato presidente resterà se stesso, il dottore, il generale, ma prima di ogni altra cosa il cittadino”. In Siria tutti gli incarichi dirigenziali nell’amministrazione pubblica, nelle scuole, negli ospedali, nelle università, nei centri culturali, nella polizia e nell’esercito sono riservati unicamente ad arabi iscritti nelle file dell’Hizb ul-Ba’th. Nelle sedi del potere, come in Turchia d’altronde, parlare curdo è reato. In prospettiva storica il governo siriano è sempre stato poco propenso a fare concessioni alla minoranza curda residente nel paese, nonostante, per ragioni di rivalità geopolitica, fino alla fine degli anni Novanta abbia sostenuto Ocalan e la lotta armata del PKK. Nel 1958, quando il Ba’th prese il potere in Siria, gran parte dei proprietari terrieri curdi del nord del paese furono espropriati dei loro terreni. Nel 1962 un censimento condotto in quelle province tra la popolazione curda concesse arbitrariamente la cittadinanza ad alcuni e la negò ad altri, lacerando famiglie e creando gli status di ajnabī e maktūm (in arabo, rispettivamente “straniero” e “invisibile”). Da allora il paese si è popolato di forestieri e fantasmi. Nel corso del decennio successivo la politica della “cintura araba” ha visto Damasco impegnata in un’opera ambiziosa e mai del tutto riuscita di ingegneria demografica: un dislocamento di famiglie arabe dalla aree di Raqqa e Deir al-Zour verso le aree a maggioranza curda al fine di controbilanciarne il peso. Eppure, nell’area nordorientale della Siria, di gran lunga la zona più povera del paese, l’influenza dello Stato non si fa sentire come altrove. La corruzione qui è un affare quotidiano: non c’è ufficiale pubblico che non si lasci corrompere, non c’è funzionario che non arrotondi, non c’è documento che non richieda ingranaggi da oliare. E insieme alla corruzione dilaga il contrabbando. Gli asini giungono dall’Iraq, dalle catene montuose, carichi di sigarette. Contrabbandieri iraqeni e siriani fanno passare le merci aldilà delle recinzioni. Per farlo, naturalmente, occorre comprarsi la cecità delle torrette di guardia e l’indifferenza delle stazioni locali di polizia. C’è un’espressione con cui viene indicato questo gioco di complicità da queste parti: “comprarsi la strada”. Una volta in Siria, oltrepassata la linea politica, i carichi di stecche iniziano il lungo viaggio verso Aleppo, da dove vengono poi smistati a Damasco e verso nord in Turchia.

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Sulla tratta che i contrabbandieri siriani percorrono abitualmente c’è un piccolo villaggio in mezzo alle campagne, a una trentina di chilometri da Qamishli, dove i carichi di sigarette vengono temporaneamente depositati. In questo villaggio, che in famiglia viene chiamato scherzosamente con il nome di uno stato sudamericano, vivono alcuni zii di A. con le rispettive famiglie, insieme a mucche, cavalli, pecore, rane e galline. Addossati sul retro di un pick-up a ingannare la fame con semi di girasole, vi giungemmo dopo il tramonto. Trascorremmo lì un giorno e due notti, accomodati sui grandi soppalchi di legno che d’estate vengono montati nei giardini o sui tetti di ogni abitato per poter addormentarsi in un minimo di frescura. Disteso su uno dei materassi, avvolto nella coperta di lana, ho perso coscienza sotto l’immensità del più bel cielo stellato mai visto in vita mia. «Il contrabbando qui non è un fenomeno violento – ci rassicurò A. – non ci sono sparatorie né uccisioni. La gente in questa regione è povera ed ha bisogno di soldi. È la povertà che genera il contrabbando e la povertà è causata a sua volta dalla negazione dei diritti. I miei zii, per esempio, pur essendo cittadini, hanno cominciato a contrabbandare sigarette per necessità, perché i raccolti si facevano anno dopo anno sempre più scarsi, perché il clima più caldo e il terreno più arido non assicuravano più una fonte di sussistenza sufficiente. Anch’io una volta mi sono trovato a lavorare per loro, a pattugliare in auto una delle aree dello scambio». E in quell’occasione poté assistere coi suoi occhi alla rodata arte del traffico illecito. Il fratello di A., studente di legge a Damasco, aveva trascorso in passato ben quattro mesi tra quelle case in mezzo ai campi. La polizia lo aveva trattenuto sette ore nell’ufficio degli interrogatori, a Hasaki, mentre A. e il padre lo aspettavano all’esterno. Negli anni precedenti era stato particolarmente attivo con il PYD, l’equivalente siriano del PKK e organo politico del KJK Rojava, ramo occidentale del comando rivoluzionario curdo che coordina la lotta in Siria, Turchia, Iraq e Iran. Dopo l’interrogatorio il fratello era sparito dalla circolazione, trovando rifugio per quattro mesi nel villaggio degli zii. Aveva saputo da un informatore del padre che se fosse tornato a casa la polizia lo avrebbe arrestato. Quattro mesi quindi lontano dagli studi, dalla famiglia, dagli amici, quattro mesi di convalescenza per guarire dalle pressioni morbose a cui lo avevano sottoposto entro le quattro mura di quell’ufficio.

 

Il padre e alcuni dei fratelli e delle sorelle di A., i più grandi d’età almeno, sono tutti politicamente ben informati. In casa loro era persino custodita in gran segreto la copia in arabo di un libro di Ocalan. Eppure il relativo benessere e le aspettative dei genitori circa il futuro dei figli frenavano in questi ultimi ogni proposito di partire e raggiungere la guerriglia. Mi assicurò il padre, d’altronde, che il sostegno al PKK lo davano comunque per altri canali. «Periodicamente giungono agenti del PKK a raccogliere finanziamenti, persone insospettabili», mi disse. La famiglia di A., comunque, rappresentava ai miei occhi una realtà estremamente interessante. Considerata nelle sue interazioni sociali, critica e complicità, sovversione e rassegnazione trovavano in essa una coerenza spiazzante. La condizione di famiglia relativamente benestante innescava, tra l’altro, un curioso gioco di percezioni con il resto della famiglia. I ricchi parenti di Rumeylan, che tanto ricchi poi non erano dovendo sostenere con un solo stipendio così tante bocche da sfamare, venivano quasi derisi dal resto della famiglia, zii contadini compresi: «Dicono di noi che viviamo in una prigione». In risposta gli altri erano rappresentati come dei poveracci ignoranti, «sempre pronti ad elemosinare aiuti economici in nome della solidarietà familiare». Un atteggiamento di reciproca dissacrazione mai sfociato, tuttavia, in rapporti di ostilità. L’eterogeneità di classe e di ceto tra i curdi in Siria, anche all’interno della stessa cerchia familiare, è dunque una realtà palpabile. Era stato facile rendersene conto anche tra le stradine affollate del bazar di Qamishli, dove una ragazzina con un neonato tra le braccia, curda in mezzo ad altri curdi, girovagava di tasca in tasca alla ricerca di qualche spicciolo.

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Gli incontri che S., un lontano zio di A., convenuto al funerale di un’anziana parente protrattosi, com’è d’uso, per tre giorni proprio durante il nostro soggiorno, organizzò per noi durante la settimana che trascorremmo in città, mi scossero particolarmente. Si trattava di incontri predisposti nell’ombra, in luoghi appartati e per poche ore al giorno: tutto, ovviamente, al fine di non destare sospetti. Ogni qual volta veniva nella casa semidisabitata dove passavamo gran parte del nostro tempo o ci prelevava con la sua automobile per portarci altrove, S. era sempre attento a percorrere strade secondarie. Alcune delle persone incontrate e intervistate, gran parte dei quali ajānib, erano attivisti di organizzazioni politiche segrete considerate illegali nel paese. Lo stesso S. faceva parte di un’organizzazione per la tutela dei diritti umani in Siria, anch’essa inesorabilmente fuori legge. Questo significava che qualora i servizi segreti ci avessero scoperti saremmo stati entro pochi giorni espulsi dal paese. Stavamo giocando con il fuoco, ma il gioco si faceva elettrizzante. Un pomeriggio, guidati da A. e S., giungemmo in una casa dove dieci persone stavano aspettando il nostro arrivo sedute sui materassi del soggiorno. Erano quasi tutte donne, le più giovani delle quali avevano il capo scoperto. Eravamo delle casse di risonanza per la loro indignazione, l’occasione propizia per denunciare al mondo la negazione d’identità della minoranza curda in Siria; incarnavamo la certezza e la speranza che altrove questo dramma non sarebbe più stato ignorato. Due delle donne invitate erano ajānib, ma aldilà di questo comune fardello non avrebbero potuto essere più dissimili.

 

La più giovane, sui trentacinque anni, aveva il viso contratto e un paio di occhi enormi, lucenti, che rimandavano a un sorriso appena accennato. Solo in un secondo momento compresi che una delle sue due gambe era in realtà una protesi di metallo. Figlia di un ajnabī, lo era stata anche lei sin dalla nascita. A quindici anni aveva lasciato la scuola e aveva iniziato a collaborare con il PYD, distribuendo volantini di controinformazione, partecipando alle riunioni clandestine, leggendo i libri di Ocalan. Le sue amare parole dipingevano una situazione disperata: «Nel pensiero di molti curdi in Siria è invalsa l’idea per cui non si avrà mai la possibilità di trarre beneficio dagli studi, per cui si sceglie di non studiare». A diciannove anni aveva lasciato illegalmente la Siria (chi è ajnabī non può avere il passaporto siriano e non ha in nessun caso la possibilità di uscire dal paese in maniera regolare) e si era arruolata nel PKK. Visse come guerrigliera tra le montagne per nove anni fino a che una slavina la travolse e tornò in città per farsi curare. Da allora, con una gamba in meno, non ha più fatto ritorno sui monti del Kurdistan. Per cinque mesi ha subito le angustie del carcere duro, prelevata durante una riunione segreta da almeno venti poliziotti delle Forze Nazionali Antiterrorismo in tenuta antisommossa. Per i primi due mesi non ebbe accesso a un avvocato, rinchiusa in una cella d’isolamento poco più ampia di un metro quadrato, senza luce né aria, privata della possibilità di parlare con gli altri detenuti. Era un prigioniero politico, sebbene dallo stato siriano tale dicitura non sia contemplata; in effetti se lo stato avesse voluto lei effettivamente avrebbe potuto non essere mai esistita. Da quando è stata rilasciata le autorità continuano a monitorare ogni sua mossa. Ancora oggi mi chiedo per quale insolito allineamento astrale quel pomeriggio non siamo stati scoperti. A maggior ragione che sia lei sia l’altra donna convenuta all’incontro facevano ancora parte della branca femminile del PYD, la Yakitiya Star.

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Più grande di età, nonché di stazza, la donna velata di nero ci aveva osservati sin dal primo istante dalle profondità dei sui occhi azzurri. Un desiderio di raccontare traboccava da quelle labbra tatuate, prassi decorativa in disuso presso le donne curde sposate. I servizi di sicurezza l’avevano arrestata per ben tre volte negli ultimi due anni, trattenuta ogni volta in un carcere e per periodi di tempo diversi. Del tutto isolata dalla famiglia, aveva fatto ricorso allo sciopero della fame per poter quanto meno accedere a un telefono e chiamare il marito. Sotto interrogatorio per giorni, ricorda di una compagna di cella condannata a trent’anni per un omicidio mai commesso. In barba agli agenti che continuavano a seguirla, portava ancora al collo il ciondolo col volto di Ocalan. “Quando penso alle condizioni in cui si trova a vivere oggi Ocalan non mi impressiona più il ricordo di ciò che ho vissuto in carcere. Perché sebbene mi trovassi in una fetida prigione, almeno ero in compagnia di qualcuno, mentre il mio presidente è completamente solo su quell’isola. Io potrei scrivere un libro sulle sofferenze della detenzione, figuratevi lui”; e con queste parole la donna ci salutò. Mentre seduti attorno all’enorme vassoio spezzavamo il pane azzimo con cui poter afferrare il cibo, ripensavo alla devastante evidenza del fatto che gran parte dei curdi siriani che combattono nel PKK sono in maggioranza ajānib. Mi chiedevo se A., da cittadino, mentre ascoltava e traduceva per noi i racconti di quelle donne, provasse nel suo intimo la bruciante sensazione di colpevolezza di chi ha un privilegio senza averne merito. Ancora oggi non posso fare a meno di restare stupefatto al pensiero di quanto fossero diverse le esperienze, le scelte, le abitudini di quelle due donne curde, entrambe innamorate dello stesso ideale. L’ex guerrigliera era in effetti diversa da tutte le donne curde che avevo visto fino ad allora, tanto a Mardin quanto a Qamishli. Incarnava una parità fra generi, una rilassatezza nel modo di rivolgersi agli uomini che stonava con l’ambiente culturale che la circondava. La rivoluzione parte da noi stessi, ma è probabilmente difficile da conciliare con un marito di cui preservare l’onore. La donna velata, potremmo dire, aveva due sposi, quello in carne ed ossa seduto sul materasso accanto a lei e quello ideale, oggetto di un amore mistico, che portava al collo, in mezzo ai due seni: l’estremo gesto, forse, per perdonare a se stessa la viltà che fino a quel momento si era interposta fra sé e le montagne. L’altra donna, al contrario, non si era mai sposata. La guerriglia le aveva fatto assaporare la libertà dall’inerzia del sistema patriarcale e maschilista dominante. La guerriglia probabilmente era stata la sua emancipazione.

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Due settimane prima, a Mardin, avevamo conosciuto un uomo che, come quella donna, si era lasciato il paese natale alle spalle. La sua storia mi ha marchiato la mente e mi ha fatto piangere. Una vita che è emblema a mio avviso di quanto disumano e arbitrario possa essere il potere, di quanto pervasivi e devastanti siano i più asettici esercizi biopolitici. Raccontare la sua esperienza vuole essere la fine di un grido di rabbia che non gli renderà giustizia. M. ha quasi quarant’anni, è scapolo ed è nato a Qamishli. Ajnabī per discendenza, aveva assaggiato sin da ragazzino le durezze di un lavoro che pochi erano disposti ad offrirgli. Per anni e anni si era ingegnato nelle occupazioni più umili e faticose, si era trasferito a Damasco per un certo periodo, ma le cose non erano migliorate. Non molti anni fa’ trovò finalmente il modo e i soldi per pagare degli intermediari e corrompere delle guardie di frontiera. Così, una notte, oltrepassò il confine ed entrò clandestinamente in territorio turco. Andò ad Ankara all’ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati e presentò richiesta d’asilo. In attesa del responso, le autorità di polizia gli consegnarono dei documenti provvisori che lo obbligavano a risiedere e lavorare unicamente all’interno della provincia di Mardin. Se non avesse rispettato l’ingiunzione lo avrebbero arrestato per immigrazione irregolare e verosimilmente deportato. Da due anni, quindi, M. aspetta. Aspetta e spera una risposta, lo status di rifugiato nella migliore delle ipotesi, anche se in Turchia, ci dice, è veramente molto difficile ottenerlo. Solo cinque paesi, a suo dire, riconoscono lo status di rifugiato non appena metti piede sul loro territorio: Svezia, Norvegia, Stati Uniti, Canada e Australia. Si dia il caso, tuttavia, che M. non solo non possiede abbastanza denaro per comprare un biglietto aereo, ma in quanto ajnabī non ha passaporto. Da due anni al mattino si sveglia, percorre a piedi la distanza che lo separa dal luogo di lavoro, torna a casa, mangia e va a dormire esausto. Una giornata cadenzata da impegni sempre uguali a se stessi, da quel lavoro come sarto che svolge con maestria e che gli consente di guadagnare un po’ di soldi e di risiedere in Turchia. Eppure la sua è la situazione di un uomo spezzato, condannato a non far più ritorno nella città della sua infanzia, a non avere che pochi sporadici contatti telefonici con la famiglia, a vivere in balìa di lentezze e negligenze burocratiche. Le sue parole ci colmavano di tristezza, ci rendevano incapaci di rispondere, di commentare, ci facevano sentire nell’impotenza più assoluta, eppure non potevamo fare a meno di ascoltarlo. Abbiamo cercato di aiutarlo per quel che potevamo, abbiamo scritto al Kurdish Human Rights Projects, una ONG londinese che ha pubblicato un libro dal titolo eloquente: Kurds in Syria: the Forgotten People. Abbiamo tentato, ma invano: da Londra non hanno fatto altro che inviarci i contatti di altre due organizzazioni per i diritti umani con sede a Istanbul. Ma da queste non è giunta risposta alcuna. «Non preoccupatevi amici miei – ci disse una sera M. – so bene che ormai non mi resta che aspettare». Ci abbracciava sempre con affetto, con un sorriso bellissimo, finché un giorno, alla tristezza per l’immensa ingiustizia che le nostre vite a confronto creavano, si aggiunse la tristezza dell’addio. Alcuni giorni dopo, camminando lungo la via principale di Qamishli, aldilà di quello stesso confine che tante persone continuano ancora a eludere, Roberta fantasticava: «Ti immagini M. tra queste strade, Ale? Ti immagini se ora ci incrociasse camminando verso di noi?». Francamente, non riuscivo proprio a figurarmelo.

 

Il potere uccide, il potere seziona, il potere crea barriere, inibisce il movimento, l’intelletto, la parola. Uomini e donne oggi in Siria subiscono tutto questo sulla loro carne, vittime di un discrimine inventato tra legale e illegale, tra cittadino e non cittadino. Queste persone esistono e vogliono esistere, ma se la situazione non cambia continueranno a scappare dalla gabbia che li accolse aldilà dell’utero. Dal canto loro le autorità siriane non potranno che guadagnarci dalla scomparsa di qualche decina di migliaia di curdi in più, ajānib, maktūmīn o cittadini che siano. Con le tangenti in tasca e il sacro territorio nazionale rimasto inviolato, volgeranno lo sguardo altrove, lasciando che i dannati di quella terra si disperdano via, lontano, come granelli di sabbia portati dal vento.         

     

GIUGNO 2011

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[1] Tutti i nomi del presente racconto sono stati ridotti alle rispettive iniziali per ovvi motivi di sicurezza.