Diario. Pomigliano 22 Giugno 2010. Città Future
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N.d.r. sull'attualità 

DIARIO

Pomigliano 22 Giugno 2010

Giulio Trapanese

 

A Pomigliano il 22 Giugno scorso c’era tutto, tutto quello che significano politica, potere, resistenza oggi. Ci sono momenti nella vita in cui la realtà si dischiude più chiaramente, e il resto delle cose sembra finalmente così semplice da capire, come se la verità fosse alla portata della coscienza di tutti i giorni. A Pomigliano c’era lo scontro fra lavoratori e capitale, la repressione in armi dello Stato con i carabinieri, la vecchia, la più vecchia ancora, e la nuova politica, la società dello spettacolo, i giornali, i giornalisti, le telecamere, le guardie di sicurezza all’entrata della fabbrica, la digos mimetizzata, i lavoratori giovani e quelli meno, la sfiducia di sempre della vita di provincia, e il disorientamento di oggi della vita di provincia nell’epoca globalizzata, la propaganda millimetrica del potere dell’azienda, l’accerchiamento nazionale, la resistenza circoscritta ma efficace. Sguardi giovani di donne operaie, uomini appena uomini poco più che ventenni. La paura di perdere tutto, senza una chiara percezione di cosa sia questo tutto, perché non è che una vita di sopravvivenza che di suo già non è niente. La catastrofe degli ultimi trent’anni, i discorsi logorroici e isterici dei sindacalisti di sempre dei cobas, la presenza più silenziosa di quelli della fiom, senza megafoni, la nostra azione politica con il partito, i giovani militanti del partito di Rifondazione alla loro uscita fuori alla fabbrica più importante, il nuovo coordinatore nazionale dei giovani che si mette a disposizione per dimostrare di non essere il capo volendolo parimenti dimostrare, sguardi di compagne piccole piccole, ma forti, un po’ fanatiche, ma forti. Giornalisti mai visti di viso che non possono essere riconosciuti, perché scrivono ma non appaiono mai in televisione, alcuni di loro più vicini alle parole degli operai che ascoltano, altri vicini a quella contro cui si scagliano quelle degli operai. Visi abbastanza dimessi però i loro, come condizionati dal contesto. Non una redazione, un palazzo del centro, cellulari e metropolitane quotidiane, ma una radura silenziosa, da una parte il Vesuvio, dall’altra i monti, ed in mezzo nulla se non una fabbrica immensa e le strade che la collegano, per far arrivare le auto e i pullman con gli operai. Alcuni di questi giornalisti li ho visti arrivare in taxi, fin dentro il parcheggio dell’azienda. Gli operai, invece, li ho visti per lo più arrivare in tuta, mentre altri invece arrivano ancora vestiti si cambieranno dentro. Alcuni ci tengono a non apparire nel loro ancora essere fuori dalla fabbrica operai, altri a cui non importa nulla, importa solo risparmiare un po’ di tempo una volta dentro. Attaccamento all’apparenza, e rifiuto di qualsiasi apparenza, lati simmetrici della rinuncia alla propria figura, a ciò che si è come uomini e come donne.

 

All’arrivo non troviamo nessun operaio, se non i nostri militanti. É quasi il momento del cambio turno intorno alle 13:00. C’è una tensione fortissima, e quello che immaginavo lo ritrovo ancora più chiaro, una volta arrivato. Non è un momento di lotta qualsiasi. Nel ritmo della politica di oggi è così difficile distinguere quali siano gli eventi determinanti, perché ogni giorno il futuro travalica l’appena passato. Ma quel giorno a Pomigliano si avverte: la politica, l’organizzazione economica nazionale, il sistema, evidente o nascosto, del mantenimento del potere stabilito, sta guardando in qualche modo a Pomigliano. Forse non tutto, forse non davvero i piani più alti, quelli più alti del livello a cui anche noi che facciamo politica riusciamo a guardare; quei piani, infatti, davvero forse sono già oltre, hanno più chiara la situazione e si stanno riorganizzando con una velocità assai superiore alla nostra. Però una parte è rimasta ancora legata agli avvenimenti classici della lotta e della formazione della coscienza politica. Marchionne è lì, il capitalismo modello Fiat è lì, la produzione industriale residua in Italia anche, come sono lì, almeno in parte, i sindacati e il loro destino di organizzatori della lotta o di concertatori ammaestrati del capitale, nell’epoca del suo dominio totale sulla sfera della vita. Quel giorno si rivela come un giorno vero - almeno per quello che può significare in un’epoca in cui il vero è sempre macchiato della superficie della velocità degli eventi e della loro rappresentazione mediatica, e la gestione dell’economia e della politica avviene ad una distanza siderale dalla percezione e dalla comprensione delle masse. La società dello spettacolo, anche, è presente a Pomigliano, non fosse altro per il fatto che c’è la politica, e questa oggi è fondamentalmente politica dello spettacolo.

Quando arriviamo fuori la fabbrica, troviamo i lavoratori precari licenziati dall’azienda qualche settimana prima, li incontriamo ad una certa distanza, con uno loro striscione, a reclamare il sì al referendum, a chiedere a «quelli di dentro» di salvare tutti, salvare anche loro. Il fuori della vita di fabbrica grida al suo dentro di essere ascoltato e di riessere trascinato all’interno, di tornare a lavorare, che qualunque condizione, non è un problema, che il lavoro vale più di tutto il resto, perché senza lavoro tutto il resto non c’è comunque. La struttura carceraria della fabbrica con i suoi ingressi blindati e il suo perimetro recintato ha così, anch’esso, il dentro e il fuori, dove ci sono i protagonisti della giornata, gli esclusi di sempre; e gli esclusi della giornata, come i lavoratori licenziati, che continuano ad essere fuori, stavolta insieme ai giornalisti ben lieti di riprenderli. Giornalisti abituati ad accedere agevolmente in ogni luogo dove lo spettacolo è quello del potere, ma che in fabbrica, il 22 Giugno, col referendum, certo non possono entrare.  Poi ancora, andando avanti, incontriamo i militanti politici, quelli più stanchi, e quelli più freschi. In generale un pulviscolo abbastanza confuso di piccoli gruppi, con le loro idee di sempre e di mai, volto attuale del comunismo dai mille volti che la storia continua a consegnarci a vent’anni dalla caduta del muro. La normalità, anche c’è. E la si incontra appena, entrati, nello piazzale antistante la fabbrica. Come sempre, anche in ogni situazione eccezionale la normalità della vita di sempre non si arresta. Il caldo è soffocante; solo dopo una mezz’ora di attesa diminuisce grazie all’arrivo delle nuvole; nel mentre, ancora, la ricerca d’acqua, i militanti dei gruppi all’ombra sotto il cornicione del passaggio della vecchia metropolitana, i venditori di cibo, e quello, più in vista, di vari oggetti e cianfrusaglie, che tutti conoscono e che guadagna forse addirittura più del primo.

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Poi cominciano ad arrivare i lavoratori dal parcheggio del cambio turno. Comincia la disposizione a squadra per i volantinaggi, si alza l’attenzione e la tensione, i carabinieri si avvicinano con un paio di camionette ai cancelli da un lato, i militanti dei vari gruppi cominciano a vagare, io, insieme con qualcun altro, ci posizioniamo all’esterno ad attendere quelli che arriveranno dal parcheggio laterale. Sembra quasi una partita, con quelli che rimangono appostati sotto i cancelli quasi come sfondamento, e chi lavora sulle ali, chi, ancora, invece in difesa, retroguardia, chi, infine, fa il libero e la spola e distribuisce i volantini quando finiscono. Più avanti a dove ci troviamo io e un’altra compagna, ci sono due donne dei cobas, ma sono talmente avanti fin quasi dentro il parcheggio che non riesco a vederle inizialmente, si camuffano tra la folla, a volte più folta, altre più rada. Quelli che arrivano da noi hanno così già un volantino in mano, ed ogni volta bisogna precisare che è diverso da quello che hanno già, ma anche che è lo stesso di quello della compagna che mi è di fianco. Dietro di noi poi ci sono dei giornalisti, che provano ad arpionare i lavoratori in entrata chiedendogli cosa voteranno, e provano ad avvicinarsi ai lavoratori come camaleonti, esordendo con frasi dirette e quanto più popolari riescono a costruirle. Mi ricordo d’uno che ad alta voce, con fare alla mano, si avvicina e gli chiede: «Allora, come va?» I lavoratori si trovano abbastanza straniti di tutto quello. La mia percezione è che ogni giorno per anni si saranno avvicinati ai cancelli soli e già stanchi con il pensiero delle loro ore di lavoro, e quelle del dopo lavoro di prima e di dopo, magari riflettendo sul fine settimana appena trascorso e su quello ancora da trascorrere. Saranno entrati in fabbrica attraversando quello spiazzale vuoto, magari all’alba, deserto, con solo il venditore di cianfrusaglie e gli altri colleghi, in mezzo alla radura, nel parcheggio infinito di auto dei dipendenti. Quel giorno, invece, l’intero mondo era lì, e cercava di parlare con loro, o meglio di costringerli a parlare, di penetrare nelle loro convinzioni, e si mostrava loro alla mano, cordiale con l’affettazione dell’ipocrisia di chi può utilizzare diversi registri di linguaggio a seconda delle occasioni, e prova a mettersi a livello per estorcere la simpatia. Alcuni di loro corrono veloci, scappano, mentre qualcuno si ferma, e dice quello che ha in mente sulla vicenda; qualcun altro si ferma pure, ma vedo nel suo sguardo che non ha voglia di dire proprio nulla. C’è chi ripete meccanicamente le frasi sentite sui giornali sull’importanza dell’investimento e la necessità di votare sì, chi ha delle convinzioni più personali ma che portano alle stesse conclusioni. Ci sono delle operaie, in particolare, che della loro insicurezza hanno fatto uno schermo sorridente e convinto delle ragioni dell’azienda. Parlano della loro questione come se parlassero in terza persona, non si rendono, forse, ancora perfettamente conto. Si vedono già in televisione. «Noi i turni di notte li abbiamo fatti, non ci spaventa» sostiene un’operaia. «Vogliamo lavorare, il resto non ci interessa». «È un periodo critico, e ci adeguiamo». Molti sguardi sono verso terra, il camminare di altri invece vorrebbe mantenersi normale, come fosse un giorno come tutti gli altri, e il solo evitare i vari ostacoli di militanti e giornalisti gli impedisce di non accorgersi di nulla. Tutto quella tensione, in un modo o nell’altro, è un elemento diverso che infastidisce. Come se un giorno così importante, la fabbrica appartenesse ancora meno a loro di quanto non fosse già ogni giorno. È difficile parlare con loro, per noi, per i giornalisti, per chiunque. Riuscire a superare la ritrosia di molti e la battute di qualcuno. Forse quelli che parlano sono proprio i più deboli. E di questi molti sparano delle cose a caso, senza convinzione né logica, del tipo «Perché vogliamo lavorare? Perché siamo lavoratori». Ed io e M., la compagna che mi è a fianco, ci giriamo e ci guardiamo interdetti. A lei scappa la battuta, che operai senza coscienza sono a volte peggio dei padroni. E questo, in una società massificata, dove il controllo sociale è millimetricamente pianificato, è vero. È vero, come è vero che questi operai non si riconoscono nel loro lavoro come poteva essere per i loro nonni o i loro padri. La loro vita è sradicata nel suo centro da ciò che fanno ogni giorno per otto ore. Quello che hanno non è un lavoro, ma un posto di lavoro che gli permette di vivere fuori, ma di per sé non ha un grande significato. La lunga parabola del capitalismo arriva qui, alla completa distruzione del rapporto di appartenenza del singolo lavoratore con i suoi strumenti e la sua produzione quotidiana, con i luoghi, i tempi, molto spesso, anche i compagni, della propria attività. C., un operaio delegato sindacale, in un’intervista a fine turno dirà, infatti: «Io non sono orgoglioso del mio lavoro, come non sono orgoglioso di essere in Fiat. All’inizio forse lo sono stato, ma ormai da tempo non lo sono più. E come potrei esserlo?» E come potrebbero esserlo, infatti? Come potremmo esserlo anche noi, quando il lavoro che si svolge ha ormai una finalità sociale veramente aleatoria, spesso incomprensibile, e incomprensibile perché inesistente? Un lavoro sganciato da una finalità sociale, e un lavoro che scarseggia su tutti i fronti. Le ultime statistiche ci dicono che solo il 6% dei nuovi neolaureati entra con un contratto a tempo indeterminato – il che tra l’altro in tempi di crisi non è certo una garanzia assoluta di continuità. Il resto, continua a sperare prima o poi di ottenerlo, ma in effetti oramai il lavoro unico per tutta la vita è un miraggio per la maggior parte.

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Ma in tutto questo contesto, il quadro della precarietà, e d’una gioventù nuova senza slancio, sicurezza e speranza, che in fabbrica si riflette nell’età media di 23 anni, a Pomigliano non c’è né rassegnazione né esaltazione. Questo è il ricordo per me più bello di quel giorno.  Tra i volti di chi usciva dal turno, o chi stava per entrare, nel modo di rispondere alle interviste, nel modo di prendere in silenzio un volantino, c’era una grande dignità  nel portare su di sé una sofferenza che non si esprima per forza a gesti o parole. Una sofferenza che si porta e basta, con cui provare ad andare avanti comunque, senza piegarti, pur sapendo di stare, forse, perdendo in ogni caso. In quegli sguardi di operai, come sulla sua stessa terra, c’era davvero il senso della figura della ginestra descritta da Leopardi. «Pomigliano non si piega» portano scritto alcuni operai in lotta sulle loro maglie. Gli operai non si piegano alla storia tracimata del capitalismo post fordista degli ultimi anni, come la ginestra di fronte alla forza senza tempo della natura del vulcano. Anche se alla fine si capitolerà, se i meccanismi del capitalismo internazionale ancora una volta avranno la meglio sui diritti e sulla resistenza della mobilitazione degli operai, resistere è necessario, rivendicare un’altra idea di uomo è la vera posta in gioco, perché senza dignità non si è più uomini, le forme di compensazione d’orgoglio o d’appartenenza possono essere lasciate a margine, a chi se ne sente ancora legato o crede che siano un sostegno alla propria lotta. A Pomigliano si lotta per il diritto ad esistere. Si può anche perdere, e noi tutti in Italia stiamo perdendo da trent’anni, ma si deve provare fino in fondo, comunque.

Quei giorni di fine Giugno, così, sono stati davvero particolari per Napoli. Pomigliano, lo sciopero della cgil del 25 con i riflettori sullo spezzone FIOM, e poi il 26 il Gay Pride nazionale per le strade del centro. Si è trattato di modi diversi di lottare, ma soprattutto qualità e forme diverse di resistenza su cui riflettere, approfondire, capire meglio. A Pomigliano c’è poco orgoglio per una presunta identità operaia.  Come ho scritto, qualcuno dice di esserlo stato all’inizio, ma ormai è passato del tempo, per tutti è difficile riconoscersi in quello che si fa e nel modo in cui lo si fa, l’etica del lavoro è terminata lì dove il lavoro la sua etica l’ha perso da almeno vent’anni. C’è dignità, nella comprensione che si sta perdendo, perché tutti sono contro, il clima generale nel paese è triste, appesantito, oscuro. Ma c’è modo e modo di perdere e di subire un ricatto.

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Quando ci spostiamo più sotto i cancelli, i lavoratori in entrata sono oramai praticamente finiti. Si aspetta quelli che stanno per uscire. I giornalisti si preparano ad una nuova tabella di domande su come è il clima dentro, su come sono andate le votazioni, su cosa hanno votato. Sembra un po’ un clima da exit poll. La digos si fa più sotto, alcuni dei gruppi, invece, fatto il volantinaggio cominciano ad andarsene, i cobas con gli amplificatori cominciano a dare i loro exit poll, a cui nessuno giustamente può credere. La falsità sembra dover far parte in qualunque propaganda. Il sole non c’è più, fa meno caldo. Ma per chi è lì dall’inizio del turno dell’alba comincia, invece, la fame.

I giornalisti tornano alla carica, con le domande con chi è rimasto fuori alla fabbrica. Sembra sia ormai tutto finito. Anche il secondo turno è entrato, gli operai voteranno, la sera stessa comincerà lo spoglio, non c’è più nessuno da convincere. Nessuno più a cui dare un volantino

Ma in questo inizio di dismissione, vedo un capannello. E mi ci ficco dentro. Attorno intanto osservo un’operaia della Fiat uscita dal primo turno, appena intervistata, d’accordo a votare Sì che si scaglia contro un sindacalista cobas, che riesce a riconoscere solo dopo qualche battuta. «Che sindacalista è?»cobas – e lei: «Sono io che sto dalla parte degli operai» e teatralmente se ne va. È realtà, anche se ha dei tratti da fiction per l’immediatezza e la prontezza inusuali. Il capannello si infittisce, e per il fatto d’essermici fiondato dentro per primo, vedo tutta la scena. Sono a fianco del giornalista di Repubblica che intervista C. e R. operai delegati, usciti adesso dal turno. Si parla del clima che c’è dentro. Ai lavoratori chiamati a lavorare per finta in un periodo di cassa integrazione, è stato proiettato un video in cui si spiegavano i nuovi investimenti della Fiat e il progetto comune che l’azienda vuole condividere con i lavoratori. Il direttore dello stabilimento Garofalo compariva nel filmato facendo esplicito riferimento al referendum di quel giorno. Garofalo, il responsabile del personale, altri dirigenti erano al confine della stanza del voto, ad osservare attentamente gli operai che affluivano a votare. C’è chi ha avuto le sue pacche sulle spalle, chi i suoi sguardi ammonitori. Il sistema del Panopticon si chiudeva così fino al momento dell’urna, dove sotto lo sguardo dei capi si votava il proprio destino di vita. I giornalisti chiedono, ascoltano, C. e R. mi colpiscono moltissimo nel modo in cui argomentano. La lotta, l’applicazione all’organizzazione politica della tua resistenza ti rendono diverso. C. mi è di fronte, ha le braccia conserte, ha una voce e un modo di esprimersi saldo ma non sfacciato, attento a quello che gli viene chiesto, ma anche a non concedere nulla a chi ha di fronte che dopo le prime domande accattivanti torna alla carica, con quelle sulla questione dell’assenteismo degli operai in fabbrica, sugli altri sindacati che, invece, al contrario della fiom hanno firmato, sulla stessa cgil che tentenna, sul quadro nazionale, l’importanza dell’investimento in tempo di crisi da parte dell’azienda. Le risposte sono pronte, nette. Preparate. In quei momenti, ancora di più, ho visto tutto. Tutto quello che in dieci anni di politica attiva e di studio avrò pensato e letto mille volte, ma che era lì, nella sua semplicità. La rappresentazione mediatica della realtà completamente astratta dalla realtà vera della vita, la contrapposizione di interessi di parti che dispongono di un potere diverso in partenza nel loro contrapporsi, il significato della parola ideologia in tutto la sua accezione negativa, la vacuità delle parole della carta stampata di discorsi senza fondamento e i suoi interessi materiali, la corruzione del piano sindacale, il legame fusivo fra gli apparati dominanti. Ad un certo punto si inserisce un esponente di Rifondazione S. che chiede alla giornalista Ansa di scrivere però tutto quello che gli viene detto e non solo una parte, come al solita. La giornalista risponde inviperita, ed S. dalla posizione di forza alle spalle degli operai torna a quella di insicurezza di sempre dopo la risposta feroce che nessuno può dire ad una giornalista cosa scrivere e non scrivere. Gli operai mediano, lo stesso C. è sempre quello al centro della scena. Chiede di andare avanti, aggiungendo però che i giornalisti di tutta la vicenda hanno dato una visione distorta, ampliando anche a dismisura il corteo ad esempio del Sabato precedente pro Fiat a Pomigliano centro. C. ha una figura statuaria, è giovane, ha trentacinque anni, è un ragazzo che forse non sarà neanche sposato, che ha le chiavi dell’auto legate con un laccetto al collo. Se l’avessi incontrato in un locale di sera a Pomigliano non m’avrebbe dato forse quest’impressione, anzi forse avrei trovato la rigidità del suo corpo eccessiva, m’avrebbe allontanato. Lì fuori in quel contesto, però anche la rigidità del suo corpo era una parte della sua energia, di quella superiorità di determinazione che sposta i discorsi e il favore da una parte all’altra. In un intervento ad un’assemblea pubblica qualche settimana dopo, C. ha detto che quest’esperienza l’ha fatto invecchiare presto. E anche per me in quel capannello l’impressione è che il tempo scorresse più veloce, che la comprensione delle cose avvenisse ad un ritmo accelerato, che esperienze di anni, sarebbero potute essere sintetizzate in pochi battute. – Ma allora è proprio così? Il potere ha questa capacità di mobilitazione capillare delle sue forze? L’opinione pubblica può essere spostata così a piacimento attraverso la comunicazione di massa? La coalizione di potere economico, politico, mafioso, poliziesco, giornalistico, culturale può avvenire in modo così forte e senza crepe? Sì, è così. Non servono spiegazioni, lo vedi di fronte e basta. Conosci la storia di quegli operai, di quella fabbrica. E poi vedi di fronte l’arroganza, la disumanità, la menzogna. Pensi in grande all’Italia per come è arrivata ad essere oggi. E capisci da che parte stare. Non c’è bisogno d’altro. Se c’è bisogno d’altra teoria, di altre spiegazioni, che qualcuno ti dia ancora un volantino o ti chiami per convincerti con una discussione, vuol dire che l’essenziale per un essere umano, la sua sensibilità di saper scegliere la parte dello sviluppo dignitoso della vita, non c’è più, è andato perso, distrutto. A quel punto i volantini e i libri non basteranno mai.

 

Quando ce ne andiamo,  il capannello di giornalisti, delegati, politici e semplici operai si è sciolto in piccoli gruppi più piccoli che tendono a sciogliersi a loro volta. Di ritorno, in auto, mi ritrovo a fianco Loris Campetti, parliamo un po’. Tutti, in verità, siamo convinti che l’accerchiamento vincerà comunque, che i Sì saranno ampiamente maggioritari, che la resistenza ci sarà, ma sarà insufficiente. Che la Fiat si potrà ritenere soddisfatta dopo il voto e proseguire con il suo piano.

Il continuo della storia, poi, va oltre i limiti della pagina di diario di quel 22 Giugno a Pomigliano fuori la fabbrica. Una pagina sulla politica e la vita oggi.

 

GIUGNO 2010

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