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02
Ottobre 2010

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Recensioni

FACTORY GIRLS DI LESLIE T. CHANG

Almeno quattro buone ragioni per la lettura

Giulio Trapanese

 

Factory girls è stato scritto nel 2008, e tradotto in italiano col titolo Operaie nel 2010 per Adelphi. Il suo titolo originale per esteso è Factory girls. From Village to City in a Changing China, che esprime bene la dinamica e la geografia sociali del testo. In un tempo di massima commercializzazione del prodotto letterario, Factory girls riesce a svincolarsi dal ritmo della compulsività consumistica. È un testo scritto e maturato in anni. Un testo che non utilizza spunti di grande attualità né punta su facili sentimenti o attaccamenti ad alcuni personaggi in particolare. Né, ancora, mira all’esposizione in vetrina del sé dell’autore, la quale, anzi, segue il filo del racconto, senza saturare lo spazio tra il proprio punto di vista e quello possibile del lettore rispetto ai fatti raccontati. Alla lettura siamo presi, in un mondo vicino, lontano, ma, ancora, in definitiva vicino allo spazio e alla storia che viviamo, tra la particolarità della Cina in cui il libro è ambientato, e la verità globale della ricerca che l’autrice ha messo in campo nel corso di quasi un decennio. Siamo presi in un’atmosfera che solo un’autentica dedizione all’oggettività da parte di un esploratore del mondo sociale è in grado di creare, e, dalla sua, Leslie Chang, al suo primo libro, si è rivelata capace di rompere il ritmo della falsa percezione mediatica sugli eventi del mondo, e di rappresentare una verità, attraverso l’unico mezzo possibile: lo stare dentro, l’essere coinvolti, cercare nelle radici dell’altro la spiegazione anche delle proprie.

 

Leslie Chang è al primo libro, ma non è una sconosciuta. Se da alcuni punti di vista, ci torna alla mente Saviano con Gomorra - rispetto a cui questa rivista, tra l’altro va ragionando da un po’ di scrivere una lunga recensione critica e ragionata - l’esperienza personale della Chang prima di questa uscita editoriale è più ampia, più articolata, e le ha permesso un’incisività analoga, per quanto calata in mondi diversi, a quella di Saviano, ma, al contempo, una prospettiva più ampia, globale, e soprattutto una capacità di critica più radicale. Nata e cresciuta negli Stati Uniti da genitori di origini cinesi, la Chang ha lavorato per circa dieci anni in Cina come corrispondente del Wall Street Journal, compiendo, al tempo stesso,un vero e proprio percorso di conoscenza e di vita. Ed è questo il cuore della bellezza del suo testo. Ha descritto un mondo di cui si parla a livello internazionale, un mondo che sta emergendo e, in qualche modo sovrastando il nostro, assimilandosi ad esso, ma lo ha fatto osservandolo da vicino, mirando alla colorata concretezza della vita di chi incarna cambiamenti epocali, ma senza averne coscienza. Le protagoniste del libro, in qualche modo, si trovano infatti al centro del mondo, nel punto prospettico della città di Dongguan – luogo principale dell’intero testo - dove sono immigrate le ragazze protagoniste della narrazione, ma vivono nella miopia della più classica delle provincie di dei continenti terrestri. Centro e periferia, Nord e Sud,  la periferia delle città con la vecchia industria fordista, il centro con le nuove vetrine della tecnologia delle comunicazioni, e, infine, la campagna, ancora immersa nel tempo mitico delle stagioni e delle feste di fine anno. Tradizionalismo dei costumi, quindi, e sfrenata distruzione di questi stessi costumi, di ritmi e miti epocali, nell’innovazione tecnologica e negli effetti devastanti di spersonalizzazione delle nuove relazioni sociali tra donne e uomini sulle chat come “QQ” in cui la maggioranza dei giovani cinesi trovano una fidanzata o un fidanzato.

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Ma, andando con ordine, sono quattro i temi e le ragioni che possiamo anticipare e consigliare. Il primo, anzitutto: l’economia, a cui sono dedicati i primi capitoli del libro. Economia globalizzata, ritmi di sempre, e controlli oppressivi stile inizio Novecento in Occidente. Un’analisi concreta dell’economia, fatta di volti e parole di giovani donne, timidezze e spregiudicatezze di giovani operaie, che di passaggio da una fabbrica all’altra, in cui fordismo e post – fordismo si mescolano in uno sviluppo bifasico del mondo Cina all’interno del contesto internazionale, si credono imprenditrici di se stesse, capaci di far soldi sempre in modo nuovo, da un lavoro all’altro, da una commissione ad un’altra.  Il ritmo dell’evoluzione economica  e sociale della Cina ci è dato come il vero protagonista di questa prima parte della narrazione: «Non si sa quanti siano gli abitanti di Dnogguan. Secondo l’amministrazione cittadina ci sono un milione e settecentomila residenti fissi e quasi sette milioni di migranti venuti dalle zone rurali, ma pochi danno per buone queste stime ufficiali e tutti partecipano alla ridda delle ipotesi. Ci sono otto milioni di migranti. Dongguan cresce di un milione di migranti all’anno. Dongguan ha dieci milioni di migranti, ma ne dichiara sette per pagare meno tasse. Il sindaco potrebbe saperne di più, ma ha la bocca cucita[..] Dongguan non è un’entità finita: è una città dove ogni cosa si sta trasformando in un’altra. Un tratto di marciapiede è occupato da pile di lastre in pietra, sotto n cartello che promette: EDIFICI COMMERCIALI GRAN LUSSO. STILE EUROPEO. La zona centrale degli uffici è tutta uno sbadiglio di crateri aperti. Nella parte orientale sta sorgendo un nuovo centro urbano che un giorno sarà provvisto di uffici amministrativi, una biblioteca, un museo della scienza, un teatro. Per adesso nelle grandi arterie della zona non c’è traccia di automobili e i viali erbosi sono perfettamente immobili, coi bordi netti che disegnano precise geometrie. Il motto di Dongguan è: “Un grande passo all’anno, una nuova città in cinque anni»

Nella baraonda dell’accelerazione dello sviluppo economico, ciascuna delle prime ragazze che la Chang ci descrive, Zhang Qianqian, Jia Jimei, Luke Lee e Allen Lee, e soprattutto Chunming - che ritroveremo anche più avanti nella storia - sono tasselli di un mondo sociale, composito, in cui rientra soprattutto chi viene dalla campagna lontana centinaia e migliaia di kilometri da Dongguan. «Per mesi non riuscii a conoscere qualcuno che fosse nato lì. Il mondo delle fabbriche, dai top manager alla catena di montaggio, era composto quasi esclusivamente da migranti».

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Il secondo tema, quindi, è quello specifico della migrazione. La migrazione delle ragazze cinesi sembra echeggiare qualunque altra migrazione di questi nostri tempi, in cui l’aspettativa della vita nuova si confonde con la paura di perdere consistenza ed una propria identità. La loro migrazione, dentro e fuori la Cina, simboleggia la speranza diffusa che nel sistema globale dell’organizzazione economica si possa scampare al destino d’essere nati nell’angolo di continente sbagliato. E tuttavia, quella cinese, ne rappresenta un caso particolare, quello di un paese con il più veloce avanzamento economico dell’ultimo decennio. La Chang ci descrive la realtà delle fabbriche, fatta di marchi, di merci, macchinari, ritmi e turni; ma all’interno di ogni pagina, prova finemente a far prevalere il residuo della dimensione soggettiva di tutta quest’immensa macchina di produzione, in cui  nei lavoratori e lavoratrici prevalgono i sentimenti di paura e inferiorità, e la percezione di un’instabilità fortissima. Soltanto alcune aziende, le più grandi sembrano offrire qualche relativa garanzia in più. A proposito della Yue Yuen, fabbrica di settantamila dipendenti, con sede a Dongguan e che rifornisce tutti i maggiori produttori di scarpe come Nike, Adidas e Reebok, leggiamo: «Ai giovani migranti la Yue Yuen offre stabilità. Un posto alla catena di montaggio dà solo uno stipendio di circa 72 dollari netti al mese, in linea con il salario minimo della città, ma viene pagato tutti i mesi, puntualmente. Non si può lavorare più di undici ore al giorno, e sessanta alla settimana, con le domeniche libere, il che è raro per un settore in cui la produzione è a ciclo continuo, ventiquattro ore su ventiquattro. Gli operai della Yue Yuen dormono in dieci per camerata dentro letti a castello di ferro, e anche in questo caso se la passano meglio della media. Di solito le ragazze pagano agli intermediari 100 yuan per avere un lavoro qui, mentre gli uomini danno una cifra di parecchie volte superiore.[…]Un migrante che trova lavoro qui può anche rimanervi a vita. Col tempo può capitare che si licenzi per andare a casa a trovare un parente malato o fidanzarsi, per prendersi un periodo di riposo o fare un figlio, dopodiché torni alla Yue Yuen». E questi viaggi, tra l’altro, costituiscono forse la parte più avventurosa e caratteristica del libro. Testimonianze dirette che la Chang ci descrive in compagnia di alcune ragazze di ritorno verso la campagna in occasione del Capodanno, e nel viaggio che lei stessa fa alla ricerca dei suoi parenti rimasti in Cina nel tentativo di ricostruire la storia della sua famiglia, interrottasi con la migrazione dei genitori negli Stati Uniti. In quei lunghi viaggi in treno che ci vengono descritti si respira l’ansia del ritorno alle origini, e delle comunità che si spostano insieme verso il proprio passato, lasciando, per alcuni giorni, il nuovo della città di Dongguan e delle sue fabbriche completamente deserte

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«Ragioniera, 25 anni, cerca uomo del Guangdong, carriera avviata, casa di proprietà, affettuoso e responsabile». Siamo così in un altro tema importante, cioè quello delle donne, della famiglia, della sessualità. Quest’ultimo è, infatti, solo uno degli svariati annunci di ricerca di relazione che la Chang ci riporta nel libro e nel particolare nel capitolo “Ci conosciamo in otto minuti” che descrive come a Dongguan avvengano i primi approcci fra i due sessi, come si gestiscano le relazioni sentimentali, si arrivi al matrimonio e si porti avanti una famiglia. Ci sono vere e proprie agenzie matrimoniali, come il Club dell’amicizia in cui i soci si incontrano e si presentano in gruppo la domenica pomeriggio con un cosiddetto “scambio informativo”, e poi ci sono canali informatici su internet di conoscenza di persone dell’altro sesso. È  impressionante come sembri che le persone non si possano incontrare e conoscere per strada, al lavoro, nel condominio, a Dongguan. Fuori casa, al lavoro, infatti, la regola è essere il più diffidenti possibile, badare solo alla redditività e alla produttività del proprio lavoro, bisogna solo pensare a non rimanere indietro, ad eseguire i comandi. Le conoscenze, invece, devono avvenire in canali abbastanza rigidi e possono svilupparsi in modo assolutamente superficiale. Questa, ad esempio, è una scenetta abbastanza indicativa di tutto questo in cui la Chang si trova accanto ad una ragazza e descrive la situazione: «Un giorno a casa sua mi mostrò come funzionava la chat di QQ. Quando si entrava si poteva aprire un elenco di tutti quelli che erano online nello stesso momento e selezionarli in base a caratteristiche come la provincia di nascita, la città di residenza, l’età, il sesso. Chunming mi avvisò che si parlava molto di sesso. – Sono cose che nel mondo reale non possiamo dire – mi spiegò – quindi le diciamo on line- Dopo qualche minuto le scrisse un uomo. – Sei al lavoro? / Sì, e tu? / Io sono a casa / Dove abiti? – Era un pianificatore urbanistico di Dongguan, originario dello Shandong. Aveva ventisette anni, tre anni meno di Chunming, anche se lei gli mentì e gli disse di averne venticinque. Presto accesero le webcam, così da potersi vedere. Il ragazzo sembrava un tipo serio, robusto, con gli occhiali.  - Mi dispiace sono brutto. Ti sei spaventata?- Chunming si rivolse a me. – Si direbbe un tipo sincero –

- Per niente scrisse. Secondo me sei normale / Sei sposata hai il ragazzo? / No / Ah, quindi sei più conservatrice / Non, non conservatrice, ma più tradizionale / In che cosa? – Chunming si mise comoda sulla sedia e mi guardò riflettendo ad alta voce: - in che cosa? - Il ragazzo era impaziente: Nel sesso? - […] - No, non nel sesso. A dire il vero sto chattando per cercare un ragazzo/ Perché vuoi sposarti per forza? / Non per forza. Mi va bene anche fare nuove amicizie / Fin dove potresti arrivare? – Chiedeva se lei era disponibile a fare sesso con uno che era solo un amico, interpretò Chunming per me. – Quando possiamo vederci? Sono libero, dopo il lavoro - - Oh no! – strillò Chunming. – Vuole incontrarmi- »

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Altro tema ancora può essere considerato quello del destino della soggettività nell’epoca del capitalismo della tecnologia delle comunicazioni e dei software. Attraverso gli occhi dell’autrice, infatti, - come abbiamo in parte appena visto - osserviamo un mondo sociale, in cui la vecchia stereotipia dei modelli, del mondo originariamente contadino, si sta trasformando a ritmo accelerato nelle nuove forme di omologazione del tempo post fordista, chiamandoci a pensare, anche con una certa ansia, il senso di vita che le nuove generazioni stanno acquisendo, in Cina, in Italia, come, probabilmente, in modi diversi, in tutto il mondo. La nuova economia, la migrazione, i nuovi rapporti sociali, la nuova distanza fra le generazioni che il ritmo del tempo del consumo e dell’innovazione delle tecnologie introduce, apre un’infinità di temi, concentrabili attorno a quello della soggettivazione delle individualità, della ricerca di un modello di vita in cui al centro sia l’Io, le caratteristiche personali e il proprio carattere, le inclinazioni, i propri gusti, soprattutto.

Un nuovo modo, insomma, di vivere la vita, di rapportarsi a se stessi, di percepirsi. Modo che, però, nelle pagine del libro ci fa fermare a riflettere, su come la maggiore libertà dagli usi e dalle rappresentazioni tradizionali, stia portando con sé una nuova fonte di tristezza, un nuovo tipo di sfiducia. In una pagina di diario di Chunming, che è forse la ragazza che più rimane nella memoria del lettore per la sua umanità e spregiudicatezza, leggiamo «Molti mi dicono che sono cambiata. Non so se sia vero o no…Adesso sono molto più silenziosa, e non mi piace più ridere come una volta. Qualche volta quando rido è perché mi costringo. Qualche volta mi sembra di essere diventata insensibile. Insensibile. Insensibile. Ma no! Però non lo so proprio che parola usare per dire come sono adesso. Comunque sono stanca, stanchissima. Veramente, mi sento proprio stanchissima. Il mio corpo e il mio spirito si sentono stanchissimi. Troppo, troppo stanchi. Non voglio più vivere così. Non voglio più vivere così. Non vivrò più così. Ma come dovrei vivere?»

E in questo «come dovrei vivere?» c’è tutta la verità della nuova condizione umana che viene descritta nella storia, verità che parte dall’economia della Cina ma arriva fino al modo in cui i suoi attori sociali sono spinti ad impersonificare maschere nuove, diverse da quelle tradizionali radicate in un background millenario, a tratti inconsistenti, ma in grado comunque di sgretolare ciò che le ha precedute. Una psicologia, insomma, a cavallo di più tempi, in una rapida trasformazione della posizione e della coscienza dei lavoratori, veri artefici dello sviluppo economico del paese.

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Queste alcune delle tracce principali del libro della Chang: tracce mischiate nella nostra vita e in quella delle ragazze che ha conosciuto e di cui parla l’autrice, confuse nella nostra contemporaneità frammentata e molteplice, ma che, però, la Chang ha saputo dipanare, mettere in fila, senza schematismi, in una narrazione che è documentata sul campo ma non schiacciata sul mero fatto, risultato del legame della vita dell’autrice con il luogo che ella stessa descrive e lascia descrivere coralmente, che scopre e riscopre proprio legata a doppio filo a quella delle compagne di viaggio incontrate negli ultimi dieci anni di questa contraddittoria ascesa cinese. La riscoperta della Cina di Chang è quella della sua identità e della sua differenza, e nella narrazione i due termini riescono a tenersi in equilibrio. Factory girls è quindi uno squarcio all’interno del contesto convulso di oggi in cui la Cina prende la scena. Cina che a noi, per lo più, appare solo dietro la potente maschera della sua economia, del suo prodotto interno lordo e mai, invece, in quella della sua particolarità storica,  di quella sofferenza storica che si anella ad ogni progresso, della barbarie che soffia nelle faraoniche imprese di sviluppo economico, divenuto oggi l’unico criterio per distinguere ciò che avanza da ciò che è fermo, ciò che storicamente frana da ciò che si rinnova. Per chi s’aspetta una trama lineare e immediatamente coinvolgente, può essere un testo lento e dispersivo; ma, tuttavia, ha la velocità giusta per farsi delle domande sul presente non trovando subito delle risposte. Arrivati alle ultime pagine si ha la voglia che il libro non finisca, e che quel mondo non scompaia subito dalla propria coscienza. Anche solo per ricordare, tenere presente chi, dovunque sia, vive il nostro stesso mondo, il nostro stesso tempo.

  

SETTEMBRE 2010

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